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La Pista ciclabile Marina di Modica-Maganuco e le conseguenze per l’ambiente (foto e video)

Riceviamo e pubblichiamo un altro interessante contributo di Emanuela Napolitano ambientalista, che già in passato ha condiviso con noi alcune riflessioni sulla necessità di interventi a tutela del nostro litorale.

In particolare in questo intervento Emanuela si sofferma sulla futura “pista ciclo-pedonale Maganuco – Marina di Modica”  il cui progetto che collegherà le due frazioni balneari è stato presentato come “innovativo” e ad “impatto zero” incentivando il turismo sostenibile. Ma a quanto pare le cose stanno in maniera diversa ed Emanuela ci spiega il perché.

Il progetto della “pista” ciclopedonale di Marina di Modica all’interno del Piano di Utilizzo di Mobilità Sostenibile (PUMS) e del Piano di Utilizzo del Demanio Marittimo (PUDM), prevedeva – ci raccontavano – la realizzazione di questo intervento di mobilità sostenibile “sulla traccia dello sterrato esistente” come riportato da diverse testate giornalistiche e dichiarazioni passate.

Qualcosa non torna…

Ma dal rendering presentato, se da un lato si lascerà accesso ai veicoli e accanto dovrà sorgere la pista ciclopedonale a due corsie, qualcosa non torna. Lo sterrato esistente permette attualmente il passaggio di un solo veicolo su gran parte del suo tracciato e se questo sarà comunque riservato al transito delle macchine, dove sorgerà la pista ciclopedonale di 2,50 mt, misura minima prevista per legge su una pista a doppia corsia?

Dalle dichiarazioni in conferenza stampa le parole sono chiare: “Modica sta diventando un modello di area urbana che cresce valorizzando e non consumando territorio”.

Ma andiamo per gradi cosicché si possa acquisire conoscenza e consapevolezza, essenziali a formare cittadini in grado di partecipare ad una gestione integrata della costa che non sia solo tecnicamente valida, ma anche socialmente condivisa e sostenibile nel lungo periodo.

Dall’analisi della relazione tecnica descrittiva del Piano Spiagge di 26 pagine in cui si elencano:

– finalità come il mantenimento degli aspetti naturalistici della fascia costiera, preservandone le specie botaniche tipiche della macchia mediterranea;

– vincoli come archeologico, paesaggistico con livello di tutela 2, Siti di Interesse Comunitario Rete Natura 2000 di Punta Regilione e Maganuco;

– previsioni di piano  come salvaguardare il paesaggio nel rispetto dell’esistente;

emerge anche la proposta di riperimetrazione della dividente demaniale sul tratto “Punta Regilione” con una traslazione più a valle (verso il mare) poiché gran parte delle opere di urbanizzazione primarie, come la condotta fognaria, necessitano continui e regolari interventi di sorveglianza e manutenzione e in alcuni casi anche di somma urgenza – come si attesta – motivo per cui “essenzialmente” si propone la traslazione a beneficio della salvaguardia della salubrità, della salute e dell’igiene pubblica.

L’esito del procedimento di questa richiesta può portare a:

  • un provvedimento formale di traslazione della dividente, che potrebbe configurarsi come una parziale sdemanializzazione dell’area interessata (solo se l’area perde definitivamente la sua funzione demaniale).
  • più probabilmente, se l’area rimane destinata ad un uso pubblico (anche se diverso), a un atto che formalizza la nuova delimitazione o che rilascia una concessione demaniale per l’uso specifico legato alla fognatura sulla nuova area interessata.

Per intenderci: quel bellissimo tratto paesaggistico di piante mediterranee che separano lo sterrato dagli scogli e in alcuni tratti da piccole insenature di sabbia, dove si alternano tantissime piante appartenenti a diversi habitat come il 5330 “Arbusteti termo-mediterranei e pre-desertici” della Direttiva Habitat 92/43/CE quali: palme nane, olivastro, euforbia, il ginestrino delle spiagge, il lentisco e in primavera fiorisce gran parte della biodiversità tipica mediterranea come l’iris nano, lo statice ( habitat 1240), la malva, la scilla marittima, l’asfodelo, la salsola caprina, il finocchio litorale – solo per citare alcune specie – e che sono sempre parte di quella bellissima cartolina instagrammabile che viaggia in giro per il mondo – per effetto della traslazione è diventato probabilmente di proprietà comunale.

Ricordiamo che l’atto con il quale il comune ne diventa proprietario rimane legato alla finalità per cui è stata richiesta la traslazione a meno ché non sia stata avviata una nuova istruttoria per il cambio di destinazione d’uso sempre per pubblica utilità.

Dove sorgerà la pista di 2,50 mt ?

Dall’accesso agli atti che ho richiesto presso l’Area Urbana Funzionale di Ragusa il 24/11/25 con prot. N.132696  ricevo una parte della documentazione richiesta il 17/12/2025 a cui non ci rimane che aggiungere un accesso alla trazzera esistente, questo possiamo sempre pur farlo, anzi lo documentiamo con foto, video e misurazioni sui punti più critici.

Le riprese aeree parlano chiaro, siamo di fronte ad una costa così esigua da permetterci di dire che quest’opera (in nome di una pista costruita con “materiali ecocompatibili: legno, suolo drenante e illuminazione solare” – come se il solo riecheggiare di queste parole ci desse il senso di sostenibilità) sorgerà su quest’area acquisita e su gran parte del tracciato.

Dalle foto in allegato dove abbiamo misurato l’intersezione con via Panarea (a mio avviso il punto più critico)  la trazzera ha una larghezza di 3mt (come è possibile visualizzare dal metro posto sulla carreggiata)

e altri 3mt  circa misura la larghezza del corridoio di piante che delimitano lo sterrato.

Ne consegue che la “pista” rappresenterà su questo tratto (punta regilione) il raddoppio di una arteria (l’antica trazzera), e dove ciò che prima rappresentava un “corridoio ecologico di biodiversità”  ponte – lo ricordiamo tra il Sito SIC  ITA080007 Maganuco e Sic ITA080008 Punta Regilione – lascerà spazio al calcestruzzo drenante cancellando di fatto questa macchia mediterranea, accantonando tutte quelle politiche di strategie per la biodiversità che la Rete Ecologica Europea ci chiede di attuare entro il 2030.

Habitat compromessi e gli obblighi degli Stati membri

Gli habitat che verranno presumibilmente compromessi sono il 1210 “vegetazione annua delle linee di deposito marine” le cui piante che lo compongono (come la “cakile maritima”) sono protette indirettamente dalla Direttiva Habitat 92/43/CEE in quanto componenti fondamentali di un habitat di interesse comunitario. Sebbene la maggior parte delle specie tipiche di questo habitat non sia elencata singolarmente negli Allegati II o IV (che proteggono rigorosamente singole specie), esse godono di protezione poiché la Direttiva impone agli Stati Membri di mantenere o ripristinare uno stato di conservazione soddisfacente per l’intero habitat. L’habitat 1210, lo ricordiamo, è inserito nell’Allegato I della Direttiva, il che obbligherebbe alla designazione di Zone Speciali di Conservazione (ZSC) per la sua tutela. E poi l’habitat 5330 che caratterizza tutta la fascia più ampia di vegetazione caratterizzato da “arbusteti termo-mediterranei e pre-desertici” che fa parte anch’esso dell’Allegato I della Direttiva.

Questo habitat a differenza del precedente è caratterizzato da specie vegetali specifiche che definiscono la struttura e la funzione di questi ambienti aridi. Le piante che compongono questo habitat sono protette perché “specie indicatrici” necessarie per l’esistenza dell’habitat stesso (es. euforbia, olivastro, tagliamani, palma nana).

La normativa europea impone obblighi rigorosi per la loro tutela e con le nuove leggi entrate in vigore tra il 2024 e il 2025, anche per il loro ripristino.

Gli stati membri hanno l’obbligo infatti:

– di mantenere o ripristinare uno stato di conservazione soddisfacente (dove il “ soddisfacente” viene inteso come la capacità di garantire l’integrità strutturale e funzionale a lungo termine);

  • designare Zone Speciali di Conservazione (ZSC) dove l’habitat è presente;
  • Sottoporre a Valutazione di Incidenza (VIncA) qualsiasi piano o progetto che possa avere effetti significativi sul sito protetto.

Inoltre la Nature Restoration Low entrata in vigore il 18 Agosto 2024 stabilisce obiettivi vincolanti in termini di:

  • Ripristino degli ecosistemi;
  • Divieto di deterioramento;

L’accesso agli atti conferma che il cronoprogramma dei lavori prevede come primo intervento quello dell’asportazione e rimozione di “ceppaie di piante” che pagheremo al prezzo di euro 228,15 cadauna, anche se il prezzo che pagheremo a mio avviso è più di quello materiale.

Mi farebbe piacere sapere cosa ne pensa l’Europa di queste “ceppaie” sacrificabili.

La Direttiva Habitat (92/43/CEE) normativa dell’Unione Europea volta a proteggere la biodiversità attraverso la conservazione degli habitat naturali e seminaturali e della flora e della fauna selvatiche, è quella che tutela oltre a specie di particolare pregio o in via di estinzione (quelle cioè inserite nella lista rossa IUCN ), “habitat” appunto, quali il 5330 “Arbusteti  termo-mediterranei e pre-desertici” che rappresenta così come definito dalla Regione Sicilia (all’interno del piano di gestione dei residui dunali della Sicilia sud orientale) uno dei più fragili. 

Cosa prevede questo habitat? L’insieme di numerose piante che costituiscono un ecosistema importante: quello “Mediterraneo”. Quindi non è la pianta in sé a determinare importanza comunitaria ma la sua presenza e collaborazione insieme a tutte le altre piante senza le quali l’ecosistema non funzionerebbe. Ecosistema tra l’altro la cui presenza e stato di conservazione vengono monitorati poiché fondamentali nell’ambito della Rete Natura 2000 e per la protezione della biodiversità mediterranea.

È abbastanza chiaro e plausibile pensare che, se da un lato la presenza delle abitazioni non permette di ridisegnare una linea di confine già definita dalla pressione antropica, dall’altro la necessità di garantire per legge misure strutturali adeguate (3 mt per la carrabile e 2,50 mt per la ciclabile a due corsie) non fa che avvalorare l’ipotesi che il progetto esecutivo prevede di realizzare la pista ciclopedonale per lo sviluppo di una mobilità dolce ma devastante,  proprio lungo questo corridoio ecologico.

Il Codice dell’Ambiente (Decreto Legislativo 3 Aprile 2006 n.152) regola le norme ambientali e paesaggistiche alle quali la costruzione di una infrastruttura, che può avere impatto significativo sull’ambiente specie in aree di particolare pregio naturalistico, come una striscia di biodiversità costiera, deve attenersi rispettando diverse valutazioni quali:

  • Valutazione di Impatto Ambientale (VIA), obbligatoria per i progetti elencati negli allegati del codice;
  • Valutazione Ambientale Strategica (VAS), obbligatoria per i piani e i programmi che possono avere effetti significativi sull’ambiente;
  • Valutazione d’Incidenza (VINCA), se l’area ricade all’interno dei siti Rete Natura 2000(ZSC/ZPS) come spesso accade per le zone costiere siciliane, è necessaria una Valutazione d’Incidenza per verificare la compatibilità del progetto con gli obiettivi di conservazione dell’habitat e delle specie;

Le conseguenze per il mare

Ma se anche volessimo ignorare tutto questo o ancor peggio sminuire il valore ecologico di questo tratto di costa, rimane un fattore assai importante e fondamentale da analizzare a cui ancora non abbiamo fatto riferimento e dal quale qualsiasi valutazione preventiva dell’opera non può esimersi: il mare! (Valutazione climatica)

Stiamo parlando del più grande ecosistema dinamico che abbiamo al mondo.

E qui la valutazione deve considerare l’intera vita utile dell’opera (almeno 20-30 anni), includendo scenari di innalzamento del livello del mare e aumento degli eventi estremi previsti dall’IPCC (Intergovernmental Panel on Climate Change).

Stiamo infatti delineando una “traiettoria”controcorrente, omettendo la necessità urgente di una corretta gestione della dinamica costiera, interventi che come ci chiede e finanzia l’Europa dovrebbero essere orientati alla prevenzione degli effetti del cambiamento climatico, come la riduzione del moto ondoso o la stabilizzazione delle coste tramite ingegneria naturalistica (nature-based-solution), specie in un tratto di costa morfologicamente caratterizzato da un andamento basso (il tratto “punta regilione vedi foto) e quindi più soggetto ai fenomeni erosivi del mare, e che invece sono rivolti a una sottrazione di spazio all’arenile demaniale pubblico (ora del Comune) che per un irrigidimento della linea di costa innescherà inevitabilmente un fenomeno erosivo assai più preoccupante di quanto già non lo sia (vedi video gennaio 2025 e gennaio 2026), determinando un danno crescente nel tempo per le abitazioni e l’infrastruttura stessa. 

Su questo tratto infatti le mareggiate si manifestano da diverso tempo con un angolo di incidenza inusuale – più obliquo alla linea di costa (con prevalenza dei venti oramai dai quadranti sud-orientali e sud-occidentali) motivo per cui si innesca lo spostamento di grandi quantitativi di sedimenti.


La cronaca recente

Basta dare una lettura alla cronaca recente per comprendere le criticità a cui l’opera sarebbe esposta: 

https://www.agrigentonotizie.it/attualita/erosione-san-leone-pista-ciclabile-servizio-rai-gennaio-2026.html

https://www.reportsicilia.it/tutto-come-previsto-cede-la-pista-ciclabile-delle-dune-sotto-i-colpi-dellerosione-e-degli-incapaci

https://www.riviera24.it/2023/01/ciclopedonale-distrutta-dalla-mareggiata-a-ventimiglia-pd-soldi-pubblici-sperperati-e-cittadini-senza-passeggiata-796548

https://www.lasicilia.it/news/cronaca/3012501/crolla-porzione-di-marciapiede-del-lungomare-edoardo-pantano-a-torre-archirafi.html

https://www.lastampa.it/savona/2025/10/24/news/passeggiata_lungomare_rischio_crollo_comune_ordina_demolizione-15366361

https://www.romatoday.it/cronaca/morto-ciclabile-ostia-indagini.html

I cambiamenti climatici

Ad aggravare la situazione sono le piogge torrenziali (dovute ai cambiamenti climatici) che con la loro abbondantissima acqua di ruscellamento stanno contribuendo sensibilmente ad una erosione costiera che proviene anche da terra – vedi foto intersezione con via Panarea – non solo da mare, visibile anche ad un’occhio non esperto, che ha già determinato una significativa linea di “impluvio”(intersezione con via Panarea), valutazione che nella relazione sul Piano Spiagge non viene considerata – scelta supportata da una cartografia vecchia e incompleta e dalla totale assenza di studio su lungo periodo di una idrodinamica costiera su questo tratto che ne caratterizza così un quadro conoscitivo lacunoso.

La scelta tra l’altro, sempre visibile dal rendering, di aprire l’accesso pedonale su alcune delle vie perpendicolari e in pendenza alla trazzera, dettata da esigenze che ne regolino il traffico veicolare – come appunto via Panarea visibile dal rendering – senza averne prima previsto un’opportuna canalizzazione delle acque piovane a monte (il progetto esecutivo non prevede infatti opere per canalizzazione acque reflue nella condotta) non farà che aggravarne la situazione (vedi mio precedente contributo: https://www.ildomanibleo.com/2025/01/23/il-dissesto-idrogeologico-di-cui-nessuno-parla-lettera-al-direttore/)

Un’enorme cifra, 2,38 milioni di euro di soldi pubblici per un tratto di 3,7 Km, per il raddoppio di una corsia che esiste già su gran parte del percorso (la Legge Quadro  predilige fortemente come criterio quello di utilizzare tracciati esistenti) e per un obiettivo (consumo di suolo) per nulla in linea con le finalità a cui l’Unione Europea ha destinato tali risorse.

Ma non bastava una sola carreggiata multifunzionale, limitando l’accesso carrabile ai soli residenti e puntando davvero alla limitazione del traffico motorizzato lungo questo percorso per riservarlo esclusivamente alla mobilità dolce?

Se l’opera sfiderà il mare saremo costretti a segnare  “debiti fuori bilancio” per continue manutenzioni trasformando l’investimento da una ricchezza per il territorio ad un continuo salasso.

Perché non utilizzare il tracciato esistente?

Il tracciato esistente come sede della ciclabile, oltre ai costi ridotti poiché non necessiterebbe del consolidamento di terreno naturale,  rappresenterebbe già una misura volta alla conservazione e alla preservazione di tutte le specie di avifauna che lungo questo tratto di costa fanno la loro comparsa nei momenti in cui la pressione antropica diminuisce, come la garzetta, il cormorano, l’airone cenerino, il fratino.

Ricordiamo che l’integrità di un habitat non dipende solo dalla presenza di piante, ma dalle interazioni tra tutte le componenti biotiche e abiotiche e l’indispensabile analisi della fauna dovrebbe fare parte dello studio di incidenza del progetto altrimenti si ignorerebbe l’impatto acustico e luminoso.

Per non parlare dei costi, raddoppiati per costruire e non per preservare!

Dall’analisi dell’incartamento progettuale non si rileva una comparazione tra soluzioni progettuali alternative.

La scelta di ricorrere ad opere rigide non appare supportata da un’adeguata analisi costo-opportunità paesaggistico, specialmente in presenza di un tracciato preesistente già configurato come “greenway”, il cui potenziamento garantirebbe la medesima utilità pubblica con un impatto antropico nullo sul delicato ecosistema costiero.

Vorrei ricordare che diversi rapporti ISNART individuano il cicloturismo naturalistico come uno dei più attrattivi canali di turismo lento scelto perché risponde alla sempre più nascente sensibilità per la salvaguardia e la sostenibilità ambientale e la crescita di sempre più forme di turismo attivo a stretto contatto con la natura: i turisti mentre passeggiano vogliono anche vedere quale sono le politiche “intelligenti” di rispetto degli habitat e delle specie presenti lungo il percorso. Questo infatti oltre a decongestionare e destagionalizzare i flussi turistici li veicola verso quei territori che possono offrire una presenza di attrattori naturali e paesaggistici di rara bellezza, ma a noi a questo punto farfalline e statice servono solo per presentare un progetto che sta per distruggerne l’habitat! 

Quando invece questi patrimoni naturali – che ricordiamo appartenere a tutti – si dovrebbero raccontare con percorsi dedicati.                   

Mi chiedo a questo punto se un doveroso studio idrodinamico della costa sia stato fatto e faccia parte del progetto con previsioni su lungo periodo dato che, come per tutte le opere pubbliche, non dobbiamo solo garantirci la realizzazione ma anche il mantenimento e non solo economico. 

Compito di garantire l’accertamento dall’immunizzazione dagli effetti del clima degli investimenti in infrastrutture la cui durata deve essere di almeno 5 anni è dato all’Ufficio Comune dell’Autorità Urbana (Ragusa) tramite la “Verifica Climatica”- inclusa tra i requisiti di ammissibilità generale delle operazioni finanziabili – che dovrebbe attivarsi tutte le volte che una infrastruttura (come questa) sia inserita tra quelle individuate nell’allegato “Ambito di applicazione della verifica climatica per settori di intervento” dove obiettivi della verifica sono:

  • Mitigazione: garantire che gli interventi riducano le emissioni di gas serra e supportino l’assorbimento di questi gas;
  • Adattamento: valutare la resilienza degli interventi agli impatti del cambiamento climatico, come eventi estremi, e aumentare le capacità di adattamento;
  • Principio di DNSH.

Il principio del “Do no significant harm” (DNSH) rappresenta il secondo punto (dopo la verifica climatica!) per l’analisi della sostenibilità di un’opera: “non arrecare un danno significativo” spiega il Ministero per L’Ambiente affinché gli investimenti non pregiudichino le risorse ambientali, un principio nato con l’intento di coniugare crescita economica e tutela dell’ecosistema.

A questo scopo il Regolamento (UE) 241/2021 dispone che possano essere finanziate solamente le misure che rispettano il principio del DNSH, in particolare si considera che un’attività arrechi un danno significativo :

  1. alla mitigazione dei cambiamenti climatici, se conduce a significative emissioni di gas a effetto serra;
  2. all’adattamento ai cambiamenti climatici, se conduce a un peggioramento degli effetti negativi del clima attuale e del clima futuro previsto sull’attività stessa o sulle persone, sulla natura o sugli attivi;
  3. all’uso sostenibile e alla protezione delle acque e delle risorse marine, se l’attività nuoce: al buono stato o al buon potenziale ecologico di corpi idrici, comprese le acque di superficie e sotterranee; al buono stato ecologico delle acque marine;
  4. all’economia circolare, compresi la prevenzione e il riciclaggio dei rifiuti, se: – conduce a inefficienze significative nell’uso dei materiali o nell’uso diretto o indiretto di risorse naturali quali le fonti energetiche non rinnovabili, le materie prime, le risorse idriche e il suolo, in una o più fasi del ciclo di vita dei prodotti, anche in termini di durabilità, riparabilità, possibilità di miglioramento, riutilizzabilità o riciclabilità dei prodotti; – l’attività comporta un aumento significativo della produzione, dell’incenerimento o dello smaltimento dei rifiuti, ad eccezione dell’incenerimento di rifiuti pericolosi non riciclabili; – lo smaltimento a lungo termine dei rifiuti potrebbe causare un danno significativo e a lungo termine all’ambiente;
  5. alla prevenzione e alla riduzione dell’inquinamento se comporta un aumento significativo delle emissioni di sostanze inquinanti nell’aria, nell’acqua o nel suolo rispetto alla situazione esistente prima del suo avvio;
  6. alla protezione e al ripristino della biodiversità e degli ecosistemise nuoce in misura significativa alla buona condizione e alla resilienza degli ecosistemi o nuoce allo stato di conservazione degli habitat e delle specie, compresi quelli di interesse per l’Unione.

Ed è per questo che ho deciso di approfondire la mia verifica anche attraverso l’accesso agli atti presso l’Autorità Urbana FUA di Ragusa per esigere un diritto di vigilanza civica al fine di verificare il rispetto delle normative ambientali e l’impatto sul territorio, perchè amare il proprio territorio non significa soltanto postare una bella immagine del tramonto o dell’alba e raccoglierne consensi, ma significa: conoscenza, consapevolezza, amore e cura.

Oggi ricevo da parte dell’Autorità Urbana solo una parte di quanto richiesto con una missiva a supporto che giustifica la non detenzione di altra documentazione soggetta a valutazione in quanto “Ufficio non competente in questa prima fase”, ma di questo vi approfondirò successivamente.

Quella striscia di biodiversità che presumibilmente sarà compromessa fa parte di un ecosistema naturale dove piante, insetti, rettili e avifauna sono oramai consolidati da tempo in un equilibrio armonico e dinamico dove gli uni apportano benefici agli altri in un sistema regolato dalle leggi della natura che a questo punto si intende interrompere.

La vegetazione costiera contribuisce in modo significativo alla dissipazione dell’energia del moto ondoso essendo uno scudo naturale che ci preserva dal mare e preserva dalla pressione antropica la fauna che su questo tratto vive.

Uno dei motivi per cui stiamo perdendo gran parte della biodiversità è dovuta ai continui frazionamenti a cui la sottoponiamo, interrompendo i corridoi ecologici indispensabili al movimento e dispersione di semi e piante e al riparo per gli animali che anche qui si muovono, si nascondono e transitano.

Il demanio alla richiesta di riperimetrazione della dividente ha richiesto delle rettifiche su alcuni tratti poiché si interrompeva la continuità della linea demaniale (leggo dalle carte), e chi tutela la continuità del corridoio ecologico che qui si sta interrompendo?

Chi tutela i residenti lungo tutto il tratto interessato già da un’erosione costiera se l’opera così progettata ne altera la dinamica a tal punto da aggravarne il fenomeno?

La trazzera interessata da questa opera per diversi tratti si restringe al punto tale che per garantire la realizzazione del progetto dovremo necessariamente spostarci a valle compromettendo una linea di costa già troppo esigua a beneficio di una “nuova costruzione””.

È che ne sarà della continua manutenzione a cui siamo spesso chiamati della condotta fognaria? Per non parlare di quella idrica.

I costi per intervenire dovranno sostenere tutte le volte il rifacimento della pavimentazione della pista ciclopedonale? Le previsioni di spesa per la manutenzione  fanno parte dell’analisi del grado di sostenibilità dell’opera!

La “sostenibilità” non è il palo in legno o la lampadina solare – questi rappresentano solo i materiali con qui l’opera è concepita rispondendo ai cosiddetti CAM, criteri ambientali minimi – ma il giusto equilibrio tra sviluppo e utilizzo delle risorse. Quando il rapporto è solo a favore del primo si può tranquillamente dire che “stiamo subendo il futuro” e non costruendolo!

Costruire il futuro significa utilizzare uno strumento normativo europeo che è quello della gestione integrata della costa (GIZC) con la quale si propone di equilibrare nel lungo periodo gli obiettivi di carattere ambientale, economico e sociale, tenendo conto delle dinamiche naturali e della diversità geomorfologica di queste aree vulnerabili e tutto questo non senza la partecipazione di tutti gli stakeholder nei processi decisionali, affinché si promuova  partecipazione e consapevolezza della necessità di progettare con un approccio integrato superando le frammentazioni delle competenze tra terra e mare. Il futuro è “partecipazione”.

Da cittadina non posso accettare che una mole così importante di soldi pubblici sia spesa unicamente per il raddoppio di una ciclovia che esiste già e che in questo contesto paesaggistico necessita solo dell’inserimento di un suolo stabilizzato e di un pavimento naturale evitando l’uso di leganti idraulici (come il cemento) e che si spendano solamente 16.253,60 euro (come da quadro economico di progetto esecutivo approvato) cifra irrisoria,  per “opere di mitigazione e compensazione dell’impatto ambientale e sociale” dove queste invece dovrebbero rappresentare la “priorità” sulla spesa, oltre a dettare le linee guida di esecutività dell’opera garantendone la resilienza, ma qui è chiaro ci sia un deficit di istruttoria.

Tutto questo grazie ad una scarsa consapevolezza pubblica che si riflette in una scarsa conoscenza delle problematiche costiere da parte dei cittadini, riducendo così la possibilità che questi supportino misure di gestione sostenibile.

Con 2,38 milioni di euro ci saremmo garantiti :

  • la stabilizzazione del suolo esistente con tecnologie all’avanguardia in termini di sostenibilità, garantendo un consumo di suolo ridotto utilizzando il terreno in situ ed evitando acquisto di nuovo terreno proveniente da cave, eliminando le spese di trasporto e l’emissione di co2, trasformando un “rifiuto”di cantiere in risorsa tramite il riuso e il riciclo, con un abbattimento delle polveri grazie ad un risparmio idrico sino al 100%, favorendo il drenaggio naturale dell’acqua, prevenendo gli effetti della cementificazione e proteggendo l’equilibrio idrogeologico, con una forte riduzione su manutenzione e costi;
  • L’istituzione di un parco mediterraneo costiero o meglio di una ZSC con l’implementazione di un gran numero di piante mediterranee per aumentare la biodiversità e arricchire le zone maggiormente degradate attraverso le “nature based solution” per preservare i tratti costieri maggiormente esposti all’erosione, oltre ad aumentare la bellezza paesaggistica;
  • La riforestazione su un ampio tratto costiero della posidonia oceanica per ripristinare le condizioni naturali dei fondali oramai impoveriti al fine di dissipare gran parte dell’energia che le mareggiate imprimono lungo questo tratto costiero, con un grandissimo valore aggiunto in termini di arricchimento di biodiversità, oltre a garantire habitat ideali alle specie di caretta caretta su fondali ormai impoveriti.
  • Inserimento di ingegneria naturalistica (come i reef ball) sui fondali antistanti per favorire la ricostituzione naturale degli habitat e favorire la fauna ittica, creando così delle vere e proprie barriere coralline artificiali che favoriscono la colonizzazione di spugne e alghe oltre a contribuire alla stabilizzazione dei sedimenti.

È se tutto questo fosse realizzato e saputo raccontare attraverso un percorso naturalistico guidato tra terra e mare attraversato dalla greenway, rappresenterebbe una nuova attrattiva turistica che del suo patrimonio naturale sa raccontarne bellezza e valore.

Da residente vi dico: “ il sale sulle mie labbra avrà il sapore della responsabilità, non della perdita”. La costa non è una rendita ma un’eredità: è tempo di agire prima che resti solo il ricordo del mare che abbiamo amato”.

Grazie

Emanuela Napolitano

(Punta Regilione – Marina di Modica)

(atat)

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