Giovanni Falcone, 34 anni dopo: il sacrificio che cambiò l’Italia

Trentaquattro anni fa, il 23 maggio 1992, sull’autostrada che collega l’aeroporto di Punta Raisi a Palermo, la mafia dichiarò guerra allo Stato con uno degli attentati più devastanti della storia repubblicana. La strage di Capaci segnò un punto di non ritorno nella lotta a Cosa nostra e trasformò per sempre la coscienza civile del Paese.

Alle 17:58 una violentissima esplosione squarciò l’autostrada all’altezza di Capaci. A premere il telecomando fu Giovanni Brusca, appostato sulla collina che dominava il tratto autostradale. Sotto il manto stradale era stata collocata una potente carica esplosiva preparata dall’artificiere Pietro Rampulla. L’obiettivo era Giovanni Falcone, il magistrato simbolo della lotta alla mafia.

Nell’attentato persero la vita anche la moglie del giudice, Francesca Morvillo, e gli agenti della scorta Antonio Montinaro, Rocco Di Cillo e Vito Schifani. Si salvò invece l’autista giudiziario Giuseppe Costanza, seduto sul sedile posteriore dell’auto blindata.

Quella che uno degli esecutori materiali, Gioacchino La Barbera, definirà successivamente “l’attentatuni”, non fu soltanto un’esecuzione mafiosa. Fu un attacco diretto allo Stato e all’idea stessa di giustizia incarnata da Falcone.

Con il lavoro investigativo portato avanti insieme a Paolo Borsellino e agli altri magistrati del pool antimafia coordinato da Antonino Caponnetto, Falcone aveva rivoluzionato il metodo di contrasto a Cosa nostra. Grazie anche alle dichiarazioni del collaboratore di giustizia Tommaso Buscetta, la magistratura riuscì per la prima volta a ricostruire l’organizzazione verticistica della mafia siciliana, individuandone gerarchie, affari, rapporti economici e legami con settori del potere.

Il maxiprocesso di Palermo rappresentò il risultato più alto di quella stagione investigativa. Centinaia di imputati finirono a giudizio e la struttura accusatoria resistette fino alla conferma definitiva in Cassazione, segnando una sconfitta storica per i vertici di Cosa nostra. Ma proprio quella vittoria giudiziaria aprì la stagione delle stragi.

Nel clima di tensione e isolamento che circondava Falcone maturò la strategia sanguinaria dei corleonesi guidati da Totò Riina. Una strategia che colpì magistrati, giornalisti, investigatori e rappresentanti delle istituzioni come Piersanti Mattarella, Carlo Alberto Dalla Chiesa e Pio La Torre, promotore della legge che introdusse il reato di associazione mafiosa e la confisca dei beni ai mafiosi.

Quando venne organizzata la strage di Capaci, Falcone ricopriva il ruolo di direttore generale degli Affari Penali al Ministero della Giustizia. Da quella posizione stava lavorando alla nascita della Direzione Nazionale Antimafia, intuendo la necessità di coordinare su scala nazionale il contrasto alla criminalità organizzata.

Eppure il magistrato palermitano visse anche anni di isolamento professionale e attacchi personali. Fu bersaglio delle lettere anonime del cosiddetto “corvo”, subì ostilità all’interno degli stessi ambienti giudiziari e nel 1989 scampò all’attentato dell’Addaura, un episodio dai contorni mai del tutto chiariti che lui stesso attribuì all’azione di “menti raffinatissime”.

Dopo la conferma in Cassazione del maxiprocesso, Falcone pronunciò parole che oggi assumono il peso di una tragica profezia: “Ora viene il peggio”. Cinquantasette giorni dopo Capaci, il 19 luglio 1992, anche Paolo Borsellino sarebbe stato assassinato nella strage di via D’Amelio.

A distanza di 34 anni, il sacrificio di Giovanni Falcone continua a rappresentare una delle pagine più alte della storia civile italiana. Non soltanto per il coraggio dimostrato, ma per avere insegnato che la mafia può essere combattuta e sconfitta attraverso il rigore delle istituzioni, la forza della legge e la responsabilità collettiva. (M.S.)

(fonte Ansa)

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Una risposta a “Giovanni Falcone, 34 anni dopo: il sacrificio che cambiò l’Italia”

  1. Avatar Biagio
    Biagio

    Se potessimo interpellarlo: come Giovanni Falcone parlerebbe ai giovani oggi
    ​Leggendo la ricostruzione che Marcello Sarta fa di quel 23 maggio 1992, viene spontaneo chiedersi cosa sia rimasto di quel sacrificio e, soprattutto, cosa direbbe il giudice Falcone se potesse guardare l’Italia di oggi. Secondo me, se oggi fosse qui, ci parlerebbe con la sua solita, inflessibile franchezza, rifiutando ogni retorica e dicendoci le cose esattamente come stanno.
    ​Credo che, prima di tutto, riconoscerebbe i passi avanti: lo Stato ha reagito con fermezza dopo le stragi, ha colpito i vertici militari di Cosa Nostra e ha intaccato quei grumi di potere e di “colletti bianchi” che per troppo tempo avevano convissuto con l’illegalità. Ci ricorderebbe che quella è stata la dimostrazione che la mafia non è invincibile.
    ​Ma secondo me, Falcone oggi aggiungerebbe un monito amaro, rivolto soprattutto ai ragazzi. Ci direbbe che i frutti sperati sono ancora parziali, perché la mafia ha semplicemente cambiato strategia: ha tolto il tritolo dalle strade per non fare rumore e non svegliare le istituzioni, ma ha continuato a stringere la sua morsa invisibile sul territorio.
    ​Sapere, anche per sentito dire, che ancora oggi ci sono giovani imprenditori e commercianti costretti a pagare il pizzo, privati della loro piena libertà e costretti a convivere con la paura, sarebbe per lui la prova che l’opera non è compiuta. La libertà non è un concetto astratto da celebrare una volta all’anno: è la possibilità di lavorare, fare impresa e realizzare i propri sogni senza dover chiedere il “permesso” o la “protezione” a nessuno.
    ​Cosa suggerirebbe allora ai giovani di oggi? Guardandoli negli occhi, credo che direbbe loro ciò che ha sempre sostenuto nei suoi scritti: la paura è un sentimento del tutto legittimo, l’importante è che sia accompagnata dal coraggio e che non si trasformi mai in rassegnazione. La mafia se bussa trova spazio solo dove regnano l’indifferenza e l’idea che “tanto non cambierà mai nulla”.
    ​Secondo me, il suo invito ai ragazzi sarebbe quello di studiare, essere competenti e consapevoli dei propri diritti. Un cittadino informato e autonomo non ha bisogno di cercare favori, perché esige semplicemente il rispetto della legge. La lotta alla mafia non ha bisogno di eroi solitari, ma di una società civile che rifiuta il compromesso e di cittadini che, semplicemente, compiono il proprio dovere quotidiano fino in fondo.
    ​Grazie, Giovanni, per averci regalato una visione da seguire, insegnandoci che si può camminare a testa alta anche portando dentro, insieme, la paura e il coraggio. La vera libertà dei nostri giovani comincia da qui. Biagio

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