La linea di Schifani esclude la Dc dalla giunta e spegne le ambizioni di Ignazio Abbate, rimasto a guardare un rimpasto che non lo riguarda più.
Renato Schifani si presenta davanti ai cronisti per i tradizionali auguri di fine anno, il tono è pacato, la mattinata è grigia, il bilancio scorre come un copione già visto. Rating, occupazione, numeri rassicuranti. Poi arriva la domanda che conta davvero e l’atmosfera cambia. Il rimpasto di giunta non è più una voce, ma una necessità. Un atto dovuto, lo definisce il presidente. E in poche frasi mette il punto finale su una partita che per qualcuno, dalle parti di Modica, era stata coltivata a lungo.
La Dc fuori, senza appello
Schifani non gira intorno al problema. La Democrazia Cristiana è fuori dalla giunta e resterà fuori. Non due assessori rimossi, ma un intero partito messo alla porta, per una questione di metodo e di credibilità istituzionale. Una linea ribadita senza tentennamenti, identica a quella di due mesi fa. Nessun ripensamento, nessuna fessura. Le deleghe rimaste vacanti verranno riempite, ma non in quota Dc. Il messaggio è semplice, quasi brutale nella sua chiarezza.
Abbate e la manovra della prudenza che non ha pagato
Quando è apparso chiaro che la tempesta giudiziaria su Cuffaro stava trascinando a fondo l’intero marchio democristiano, Abbate ha provato a ricalibrare la rotta. Ha scelto di non mettersi di traverso, soprattutto sul passaggio più delicato, quello della finanziaria. In Aula si è fatto vedere, ha garantito presenza e voto, ha accompagnato l’azione del governo anche nei momenti in cui la maggioranza mostrava crepe evidenti. Un modo per accreditarsi come interlocutore affidabile, separando il proprio profilo dal destino del partito. Ma non è stata l’unica mossa. Parallelamente ha guardato all’altra riva, tentando di ritagliarsi uno spazio dentro le manovre che ruotavano attorno a Cateno De Luca e all’idea di un fronte trasversale capace di incidere sugli equilibri parlamentari. Una strategia di sopravvivenza politica, più che di convinzione. Peccato che anche quella strada si sia chiusa in fretta. Schifani ha sbarrato senza esitazioni ogni ipotesi che coinvolgesse De Luca, archiviandolo come avversario irriducibile dopo la sfiducia e lo scontro sulla manovra. Così Abbate si è ritrovato nel mezzo, con due tentativi andati a vuoto e nessuna sponda solida a cui aggrapparsi.
Un’attesa diventata abitudine
Dentro questa scelta politica si consuma, silenziosamente, il fallimento delle ambizioni di Ignazio Abbate. Per mesi il deputato ibleo ha orbitato attorno all’idea dell’assessorato come un pianeta promesso, sempre visibile ma mai raggiunto. Presenze assidue all’Ars, sostegno alla manovra, fedeltà ostentata al governo anche quando i numeri ballavano. Con la Dc fuori dal perimetro dell’esecutivo, le speranze di Abbate si assottigliano fino a diventare nulle. Nessuna scorciatoia, nessun colpo di scena. Il rimpasto che doveva aprire una porta, in realtà la chiude definitivamente. E lo fa senza bisogno di nomi o smentite personali, perché in Sicilia, a volte, le porte non sbattono. Semplicemente restano chiuse.
Da metà gennaio il rimpasto entra nel vivo
Da metà gennaio il rimpasto smetterà di essere una manovra evocata e diventerà una scelta concreta, con Schifani chiamato a riempire le due caselle rimaste scoperte dopo l’uscita della Dc. In Forza Italia la competizione è aperta, con i nomi di Nicola D’Agostino, Michele Mancuso e Bernadette Grasso che circolano come possibili soluzioni politiche, mentre resta sullo sfondo l’ipotesi di un nuovo assessore tecnico, come Massimo Russo, carta che il presidente potrebbe calare per evitare nuovi attriti tra alleati. Fratelli d’Italia osserva la partita in attesa di capire il destino di Elvira Amata, con Ella Bucalo indicata come possibile subentro e una fila di pretendenti pronti a muoversi all’Ars. Più complesso il rapporto con l’Mpa di Raffaele Lombardo, ancora freddo nonostante i tentativi di minimizzare le tensioni, mentre per la Dc non si intravedono spiragli, se non attraverso soluzioni individuali e nuovi contenitori parlamentari. Un equilibrio fragile, che Schifani dovrà ricomporre senza rimettere in discussione una linea politica già tracciata.








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Una risposta a “Abbate, il sogno infranto: Schifani chiude la porta e la Dc resta fuori”
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