( di Antonio Latino) – La Conad Scherma Modica è una delle realtà più interessanti e senza dubbio con maggiore successo dello sport modicano. Fondata dal maestro Giorgio Scarso nel novembre del 1984, nel corso degli anni è diventata un’istituzione dello sport modicano e non solo.
Abbiamo cercato di capire quali sono i segreti di questa società attraverso un’intervista condotta direttamente in quella che è la loro sede provvisoria lavori di ristrutturazione al Palascherma: il PalaRizza. Ad accoglierci sono stati i maestri Eugenio Migliore e Giancarlo Puglisi, insieme al presidente della società Giovanni Cartia. Quella che state per leggere è una chiacchierata fatta a cuore aperto, incentrata su storia societaria, metodo di lavoro e obiettivi futuri.
La tradizione schermistica di Modica ha radici ben lontane, nel 1984 e da allora, tanti sono stati gli atleti che sono riusciti a emergere grazie all’aiuto di questa società, penso per esempio a Giorgio Avola, vincitore dell’oro olimpico a Londra 2012. Quali sono i fattori sportivi e umani per far sì che vengano fuori così tanti campioni?
“Partiamo col dire che prima di allora era impensabile che una città di periferia potesse avere una squadra di scherma, quindi non è stato facile. Durante le prime gare svolte infatti, ci chiedevano spesso dove fosse Modica, mentre adesso sanno perfettamente dove ci troviamo.
Non c’è una ricetta segreta, si è semplicemente voluto dare un’impronta alla società. Un fattore però è sicuramente quello di offrire la possibilità a tutti di poter praticare questo sport. La scherma non è uno sport elitario, al contrario di quanto si pensa, è uno sport olimpico e sta diventando accessibile a tutti. Da questo punto di vista, abbiamo cercato di fare necessità virtù visto che ci troviamo in una zona periferica del Sud.
Nonostante ciò, abbiamo un rapporto fra schermidori e popolazione tra i più alti d’Italia. Abbiamo una costanza di atleti presenti in sala scherma nonostante fronteggiamo un handicap involontario non indifferente: la partenza di molti ragazzi che, una volta compiuti 18 anni, vanno fuori a studiare.
Per ovviare a questo problema bisogna quindi rigenerarsi. Per questo siamo molto attivi nelle scuole, dove offriamo a tutti i ragazzi delle scuole primarie provenienti da ogni angolo della città la possibilità di svolgere tre mesi di lezioni gratuite per far avvicinare i ragazzi a questo sport.
È un’attività onerosa, ma che porta i suoi risultati. Si cerca anche di calmierare le spese, visto che la nostra quota associativa è bassa. Inoltre, cerchiamo di contribuire alle trasferte dei ragazzi, cosa che si vede poco nelle altre realtà schermistiche italiane.
Per arrivare a questo tipo di risultati bisogna costruire delle relazioni, per questo siamo esposti a degli oneri indifferenti, come quello di uscire dal proprio territorio per partecipare alle gare. Ma d’altronde, se si vuole crescere, è inevitabile confrontarsi con altre realtà.
Inoltre, molte trasferte non sarebbero state possibili senza il contributo delle famiglie, che in questi anni è stato una costante. Anche loro sono soggette a difficoltà logistiche importanti, quindi il loro sostegno è stato fondamentale. Senza contare poi che quando c’è affiatamento tra le varie famiglie, i ragazzi vivono le gare in maniera più serena e questo permette loro di potersi esprimere al meglio”.
Avete menzionato il confronto con altre realtà. Quanto conta quest’ultimo nello sviluppo e nella crescita di una realtà sportiva come la vostra?
“È fondamentale ed è una parte vitale dell’attività agonistica. Facendo un esempio banale: per far sì che un atleta vada alle Olimpiadi, serve una base di atleti con cui quest’ultimo si deve confrontare, allenare o gareggiare. Solo attraverso il confronto potrà raggiungere il suo massimo livello.
Volendo fare un altro esempio, questo confronto permette agli atleti di crescere anche al di fuori dell’aspetto agonistico. Degli atleti, in molti casi anche bambini, che vengono per esempio da 2-3 anni di trasferte sono più pronti rispetto a chi magari non si è mai mosso o lo sta facendo per la prima volta.
Un altro aspetto fondamentale è il contesto. In tutti questi anni le istituzioni non ci hanno mai fatto mancare il loro supporto e hanno creduto fortemente nel progetto, segno che quello che si stava e si sta costruendo è qualcosa di importante”.
C’è un elemento che più di tutti ha forgiato la vostra identità? Se sì, quale?
“Sicuramente le difficoltà logistiche hanno inciso, specialmente all’inizio. In occasione delle prime gare, molti anni fa, se ti spostavi andavi in treno, arrivando anche a fare viaggi di 30-40 ore, mentre gli altri impiegavano due ore di aereo. È stata una cosa che ha formato tanto”.
Qual è la vostra metodologia di allenamento? Quanto è importante aggiornarsi e stare al passo con le nuove tendenze in uno sport come la scherma?
“Insistiamo molto sulla preparazione atletica, che prima era poco considerata. Poi è arrivata l’intuizione del maestro Scarso, che ha pensato bene di affiancare la componente fisica e atletica a quella tecnica. Questo metodo ha trovato sin da subito un buon riscontro anche perché ha contribuito a sfatare dei miti.
All’epoca ad esempio, molti medici sconsigliavano di praticare alcuni sport e la scherma era uno di questi. Da quel momento in poi, le cose sono cambiate e chi si allena lo fa combinando parte fisica e parte tecnica.
Molte società schermistiche demandano l’attività fisica a livello individuale, quindi non è raro vedere atleti che si affidano a personal trainer o professionisti del settore. Noi invece, abbiamo sempre cercato di coniugare le due cose, perché anche questo è un aspetto in cui crediamo molto. Adesso è una modalità consolidata, ma più di 40 anni fa non lo era, quindi è stato molto difficile portarla avanti.
Per quanto concerne l’aggiornamento, nella scherma è fondamentale, perché si tratta di uno sport che cambia in continuazione tra regolamenti e materiali da utilizzare. In questo senso, il maestro migliore e il maestro Puglisi collaborano con la Nazionale italiana assoluta e con quella paralimpica, proprio perché credono molto nella formazione continua e nell’aggiornamento costante. Bisogna correre se poi non si vuole essere costretti a rincorrere”.
Gli allenamenti si svolgono su base individuale o collettiva? Come lavorate da questo punto di vista?
“Lavoriamo per gruppi, poi quando i ragazzi crescono si comincia a fare un lavoro specializzato. È un metodo che porta beneficio nel lungo termine e fino ad oggi il saldo è stato positivo. Anche qualora dovesse esserci uno schermidore bravo, non avrebbe senso focalizzarsi solo su di esso, in quanto questo costituirebbe la morte della società.
In primis perché si trascurerebbero gli altri, in secondo luogo perché anche l’atleta stesso avrebbe poche possibilità di confronto”.
Quanto conta l’aspetto mentale? Come lavorate su questo con i vostri atleti?
“È una componente importante. Spesso si paragona la scherma a una partita a scacchi ma giocata alla velocità della luce, quindi questo la dice lunga su quanto conti all’interno di questo sport. Non è raro, anzi, è abbastanza comune vedere atleti più intelligenti tatticamente battere atleti dotati di una maggiore prestanza fisica.
Del resto l’arte dell’inganno è un concetto alla base di questo sport. È brutto da dire, ma per poter praticare la scherma bisogna essere svegli e potenzialmente, anche più furbi dell’avversario”.
Toccando la questione inerente allo sport paralimpico: quanto è importante per questa società offrire a questi ragazzi la possibilità di fare sport e ottenere dei traguardi importanti?
“Tantissimo. Per noi l’inclusione sociale è fondamentale ed è una cosa in cui abbiamo creduto sin dall’inizio. Basti pensare che Modica ha posto le basi per la codificazione della scherma per non vedenti, grazie al lavoro del maestro Puglisi. Da lì si è poi partiti con la sperimentazione in tutta Italia.
È un aspetto che completa la filosofia della società e costituisce un valore aggiunto che fa parte del processo formativo.
Una cosa che facciamo spesso è far confrontare atleti assoluti e paralimpici. I ragazzi facenti parte della sezione paralimpica infatti, essendo solamente in tre, non avrebbero possibilità di crescita se si allenassero esclusivamente tra di loro. Questa pratica permette quindi loro di migliorare.
Ma non solo: a migliorare sono anche i ragazzi normodotati. Chi si allena con i non vedenti ad esempio, lo fa da bendato. Le persone non vedenti infatti sono dotate di maggiore sensibilità e hanno dei tempi di reazione superiori. Mentre chi è in grado di vedere reagisce solamente dopo aver visto ciò che sta accadendo, un non vedente ha un tempo di reazione più immediato.
Questo permette agli atleti normodotati di affinare la sensibilità e allenare i riflessi, sviluppando delle skills che possono tornare utili in futuro. Più in generale, è uno scambio che permette un miglioramento reciproco delle due componenti”.
Quali sono i prossimi appuntamenti stagionali e cosa ci dobbiamo aspettare dalla Conad Scherma Modica?
“La stagione è quasi giunta al termine, manca solo la fase finale dei Campionati Assoluti Italiani, dove saremo impegnati nell’Under 17 con atleta di fioretto maschile e una di fioretto femminile. Sarà una grande occasione, che vedrà coinvolti atleti olimpici e paralimpici”.
(alal)







