Un Mediterraneo molto diverso da quello conosciuto oggi, caratterizzato da tempeste estreme, onde gigantesche e una forza capace di spostare enormi blocchi rocciosi lungo le coste della Sicilia sud-orientale. È lo scenario ricostruito da un importante studio internazionale coordinato dall’Università degli Studi di Bari Aldo Moro, che getta nuova luce sull’evoluzione climatica del bacino mediterraneo durante l’ultimo interglaciale, circa 125mila anni fa.
La ricerca, pubblicata sulla rivista scientifica Quaternary Science Reviews, è stata realizzata in collaborazione con Università Ca’ Foscari Venezia, Istituto Nazionale di Geofisica e Vulcanologia, Consiglio Nazionale delle Ricerche e l’United Arab Emirates University.
Al centro dello studio la penisola della Maddalena, all’interno dell’Area Marina Protetta del Plemmirio, territorio noto per la presenza di enormi massi rocciosi oggi posizionati su alte scogliere e a notevole distanza dalla linea di costa attuale.
Secondo gli studiosi, questi giganteschi blocchi non sarebbero stati trasportati da tsunami recenti, come ipotizzato in passato, ma da eccezionali tempeste marine sviluppatesi durante il Tirreniano, periodo in cui il clima globale risultava più caldo rispetto a quello odierno e il livello del mare era sensibilmente più elevato.
Grazie a rilievi geomorfologici ad alta precisione, ricostruzioni paleogeografiche e sofisticate simulazioni climatiche e idrodinamiche, il team di ricerca è riuscito a ricostruire le condizioni meteomarine che interessarono il Mediterraneo in quell’epoca remota.
I risultati mostrano un quadro impressionante: eventi atmosferici estremi in grado di generare onde ad altissima energia capaci di trascinare blocchi di svariate tonnellate fino alle sommità delle scogliere.
A spiegare il significato dello studio è stato Giovanni Scicchitano, responsabile scientifico della ricerca. “Le simulazioni effettuate, sottolinea, indicano che temperature marine più elevate e differenti condizioni atmosferiche potevano produrre tempeste molto più intense rispetto a quelle attuali”.
Una scoperta che non riguarda soltanto il passato geologico della Sicilia, ma che apre interrogativi concreti anche sul futuro climatico del Mediterraneo.
Gli studiosi evidenziano infatti come il lavoro possa rappresentare un importante strumento di comprensione degli effetti legati al riscaldamento globale e all’aumento delle temperature marine, fenomeni che potrebbero influenzare la frequenza e l’intensità degli eventi meteomarini estremi nei prossimi decenni.
Il territorio del Plemmirio si conferma così non solo un patrimonio naturalistico di straordinario valore ambientale, ma anche un vero laboratorio scientifico a cielo aperto, capace di raccontare attraverso le rocce e il paesaggio la memoria climatica del Mediterraneo.
Una memoria antichissima che oggi torna a parlare con sorprendente attualità.
(fonte Ansa)
Marcello Sarta







