Servirà lo scontrino dei commercianti per camminare in centro?

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Più rifletto su quanto è stato detto nel “Consiglio comunale aperto” sulla desertificazione del centro storico, più mi sembra che siamo in presenza di un’azione diretta a risolvere i problemi dei commercianti e non quelli della città tutta.

Il centro storico, però, non è dei commercianti: è della città, uno spazio comune, come il soggiorno di una grande abitazione, che appartiene a tutti gli inquilini e non soltanto a chi, in un suo angolo, prepara caffè, colazioni o i migliori cocktail.

In questa chiave va letta la proposta di perimetrare fisicamente il centro storico, che si affianca alla già nota idea dei “temporary store”, perché una città non si esaurisce nel suo centro storico e concentrare lì ogni intervento significa trascurare i quartieri, dove si svolge la vita quotidiana e dove vive davvero il commercio di prossimità.

Il punto è semplice: non si può pensare di salvare il centro senza salvare la città; o si affronta il problema in una prospettiva complessiva, oppure è chimerico, oltre che ingiusto, immaginare un centro storico fiorente circondato da quartieri deboli e privi di attrattività.

Per questo, più che “perimetrare”il centro storico, occorrerebbe avere il coraggio di “perimetrare”, i quartieri”, riconoscerli, investirli, valorizzarli, costruendo una rete di centralità diffuse capaci di restituire equilibrio all’intero sistema urbano.

Con questa visione non meraviglia che sia passato quasi inosservato l’intervento della rappresentante dell’Ordine degli Architetti, Federica Cavallo, che ha dato sostanza al tema, riportandolo su un piano serio, quello dei problemi da affrontare nel medio e lungo periodo.

Per il resto, poco o nulla: si invoca una maggiore di pulizia del centro storico come se il resto della città potesse permettersi di essere sporco; si propone il ritorno degli uffici pubblici nel centro storico, dimenticando che furono dal centro spostati in periferia nonostante il problema dei parcheggi fosse meno grave di adesso; si insiste con i “temporary store” come se non fosse  noto in maniera solare che essi sono strumenti marginali, utili forse ad animare il commercio, ma incapaci di incidere davvero su un fenomeno strutturale quale è la desertificazione del centro storico, peraltro dentro un Comune in dissesto, condizione che non è stata ricordata da nessuno.

Non meno stravagante è l’enfasi con cui si è celebrata la sensibilità del Consiglio comunale ad accogliere la richiesta del “Consiglio comunale aperto”per far dimenticare, forse, cheanziché elogiarlo il Consiglio comunale doveva essere rimproverato per non essersene interessato nonostante fosse un problema importante ed in evidenza da decenni.

Non meno ridicoli sono stati i panegirici rivolti alla forte presenza del pubblico nell’aula consiliare che numeroso non era, rispetto all’azione di comunicazione fatta da un mese a questa parte ed ancor meno se rapportata all’importanza del problema: non più di 80 persone nel momento migliore che via via ridottosi fino a lasciare quasi solo il sindaco, quando alla fine ha tratto le conclusioni.

E poi, naturalmente, la decisione storica: il tavolo permanente, la soluzione che avrà il grande pregio di non scontentare nessuno con il risultato scontato di non risolvere nulla. Ci si ritroverà per verificare che qualcuno manca, che l’altro ha mandato a dire che Filiberto lo rappresenta in tutto, tanto sa che nessuno gli chiederà per quale motivo ha accettato di far parte del tavolo per poi assentarsi, l’altro ancora si riserverà di chiedere prima cosa ne pensa il proprio segretario o presidente, il tecnico dirà che non ha avuto il tempo di dedicarsi a raccogliere i dati richiesti e…

E così, mentre si organizza il prossimo incontro, la città potrà attendere, magari sollecitando un secondo tavolo che organizzi meglio il primo.

Questo “tavolo” potrà smentire tutto questo se alla prima riunione, che non serve che duri più di un’ora,senza altro discutere, decida di indicare chi, come e quali dati raccogliere perché diventino la base fondamentale di ogni discussione successiva e le associazioni di categoria non suggeriscono quali provvedimenti adottare per regolare il rapporto desertificante tra supermercati e botteghe: senza dati adeguati non si può discutere di nulla.

E se questa raccolta dati o la necessaria stesura di piani particolareggiati dovesse richiedere del tempo, per favore,questo “tavolo” non costringa i modicani ad ascoltare “pannicelli caldi” in nome di una urgenza che tale è, vergognosamente, da anni.

Carmelo Modica

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