Referendum Giustizia 2026: quando si vota e gli orari del 22 e 23 marzo, le ragioni del Sì e del No

6–8 minuti

Seggi aperti domenica 22 e lunedì 23 per il referendum sulla Giustizia, poi lo spoglio e gli exit poll. Non serve il quorum. Tre i cardini della riforma: separazione delle Carriere, i due Csm (con sorteggio) e Alta corte disciplinare. Partiti (e leader) alla prova

o no, scelta secca. È un voto senza quorum, infatti, quello del referendum costituzionale per confermare o bocciare la riforma della giustizia: non importa che a partecipare sia il 50% o meno degli degli elettori, la consultazione è comunque valida. 

Il quesito che si trova sulla scheda è, come sempre accade nei referendum, un elenco di articoli e commi che poco dice alla maggioranza degli elettori, ma può essere tradotto così: volete approvare oppure respingere la riforma che separa le carriere di giudici e pubblici ministeri, sdoppia il Consiglio superiore della magistratura e introduce un’Alta corte disciplinare? 

Referendum Giustizia, la guida completa al voto: date e orari, le ragioni del Sì e del No, il quesito spiegato

Con una vittoria dei Sì, la riforma passa, in caso contrario viene bocciata. Indipendentemente, appunto, dall’affluenza e dalle percentuali.

Quando si vota per il referendum sulla giustizia

Seggi aperti domenica 22 marzo, dalle 7 alle 23, e lunedì 23 dalle ore 7 alle 15. Al seggio è necessario presentarsi con tessera elettorale e un documento di identità validi. Alle 15 inizierà lo spoglio e arriveranno i primi dati degli exit poll.     

Quali articoli della Costituzione modifica il referendum

La riforma riguarda sette articoli della Costituzione: 87, 102, 104, 105, 106, 107 e 110. 

Cominciamo dall’articolo 104. Che oggi recita: «La magistratura costituisce un ordine autonomo e indipendente da ogni altro potere». A questo la riforma aggiunge: «Ed è composta dai magistrati della carriera giudicante e della carriera requirente».

Oggi, e così rimane se vince il No, i magistrati seguono tutti un unico percorso formativo e fanno un concorso unico, poi assumono una funzione: o fanno i pubblici ministeri, quindi si occupano delle indagini e sostengono l’accusa nel processo, oppure fanno i giudici, quindi prendono le decisioni e pronunciano le sentenze. Possono cambiare funzione, passare cioè da pm a giudici o viceversa, una volta sola nell’arco di tutta la carriera e con paletti ben precisi: possono farlo solo nei primi dieci anni di attività e devono trasferirsi in un altro distretto.
Con la vittoria del Sì, le carriere diventerebbero due, separate, senza più alcuna possibilità di passaggi. E questo sarebbe scritto, nero su bianco, sulla Costituzione. 

I due Csm

Con due carriere, due sarebbero anche i Csm, ossia gli organi di autogoverno della categoria. Oggi il Consiglio superiore della magistratura, che si occupa delle assegnazioni alla sedi e dei trasferimenti, delle promozioni e dei provvedimenti disciplinari, garanzia dell’autonomia e dell’indipendenza delle toghe, è unico per tutti i magistrati. La riforma ne prevede invece due: uno «della magistratura giudicante» e uno «della magistratura requirente»; entrambi «presieduti dal Presidente della Repubblica». Membro di diritto del Consiglio superiore della magistratura giudicante, sarà il primo presidente della Corte di cassazione, del Consiglio superiore della magistratura requirente il procuratore generale della Cassazione (che oggi siedono entrambi nel Csm).  

l sorteggio

La riforma introduce un nuovo sistema di selezione per il Csm: il sorteggio. Oggi, e così resta se vince il No, il Consiglio superiore della magistratura, oltre ai tre membri di diritto, prevede l’elezione: i due terzi, i 20 «togati», sono eletti tra i magistrati (suddivisi tra giudicanti, requirenti e di legittimità, cioè di Cassazione); un terzo, i 10 «laici», è scelto dal Parlamento in seduta Comune, scelti tra giuristi o avvocati esperti.  Con la vittoria del Sì, invece i due terzi, i cosiddetti togati, saranno sorteggiati tra i magistrati con requisiti che stabilirà una legge ordinaria; e un terzo, i cosiddetti laici, sarà estratto a sorte da un elenco di giuristi predisposto dal Parlamento. 

L’Alta corte disciplinare

Il Csm con la riforma perde il potere disciplinare, cioè quello di esaminare eventuali condotte non corrette e prendere provvedimenti. A occuparsene sarà l’Alta corte disciplinare, composta da 15 membri: 3 nominati dal presidente della Repubblica, 3 sorteggiati da un elenco compilato dal Parlamento, 6 estratti a sorte tra i magistrati giudicanti esperti, 3 sorteggiati i magistrati requirenti esperti. I togati, insomma, sono la maggioranza, ma il presidente viene eletto tra i laici.

Le ragioni del Sì

Per i sostenitori del sì, la separazione delle carriere rafforzerà la figura di un giudice terzo rispetto all’accusa e alla difesa, garanzia di imparzialità; il sorteggio dei membri del Csm servirà a ridurre il peso delle correnti (forme associative della magistratura, come fossero i «partiti» delle elezioni al Csm); l’Alta corte dovrebbe migliorare il sistema disciplinare: tra il 2023 e il 2025 il Csm ha emesso 194 sanzioni a carico di magistrati, circa il 5% degli esposti presentati.

Le ragioni del No

I sostenitori del No sottolineano che nel 2024 solo 42 magistrati su quasi 9 mila hanno cambiato funzione tra giudicante e requirente,meno del 5%. Insomma, la separazione è già nei fatti. E invece, sottolineano, si indebolisce la magistratura, attraverso la riforma del Csm, pilastro dell’indipendenza e dell’autonomia delle toghe: il Csmè diviso in due; scelto con il sorteggio e non con le elezioni; privato del potere disciplinare. C’è chi sottolinea anche che la funzione del pm, adesso, è di cercare le prove .

Le posizioni dei partiti e la posta in gioco politica

«Non si vota su di me, ma sulla giustizia», ha detto Giorgia Meloni, chiarendo che il governo non cadrà in caso di vittoria del No. E su questo è d’accordo anche Elly Schlein: «Non chiediamo dimissioni, vogliamo batterli tra un anno alle elezioni politiche». Però è inevitabile che questo referendum abbia anche un peso politico: i partiti sono tutti schierati e, il giorno dopo il voto, sicuramente si aprirà il dibattito su vincitori e vinti. 

Il centrodestra – Fratelli d’Italia, Forza Italia, Lega e Noi moderati – è schierato compatto per il Sì. Meloni, dopo l’iniziale indecisione per non politicizzare troppo la partita, è poi scesa in campo in prima persona. E se qualcuno ha accusato la Lega di freddezza, il partito di Salvini in realtà è stato nelle piazze con mille gazebo. Forza Italia, soprattutto, rivendica la battaglia nel nome di Silvio Berlusconi. È un voto politicamente importante: delle tre riforme chiave del programma del centrodestra, quella della giustizia è l’unica che andrà a referendum, visto che il premierato è scomparso dai radar e l’autonomia delle Regioni  passata in versione light, dopo i rilievi della Corte costituzionale. Un passaggio chiave quando manca praticamente un anno alle elezioni politiche: una vittoria del Sì sarebbe un segnale positivo per la campagna di Meloni e alleati, che si mostrerebbero ancora saldamente al comando; al contrario, la vittoria del No disegnerebbe una sfida più aperta e darebbe slancio al centrosinistra, schierato in buona parte per il No. Questa è la posizione ufficiale del Pd, anche se tra i dem non mancano voci di dissenso: parte della minoranza voterà Sì. Una vittoria del No rafforzerebbe Schlein e la  linea «testardamente unitaria”» dell’asse con 5 Stelle e Avs. Anche Giuseppe Conte è in prima fila per il No: dal faccia a faccia con Nordio ai controvideo social in risposta a Meloni, è sempre pronto ad accreditarsi come lo sfidante principale del centrodestra. Per il referendum come per la corsa a Palazzo Chigi. Contro la riforma pure Avs. L’area del No coincide sempre di più con i confini del campo largo che si organizza in vista del 2027Matteo Renzi ha lasciato libertà di voto ai suoi. Anche Azione è per il Sì, con Carlo Calenda sempre più distante dal campo largo.

Voto dei fuori sede

Per questa elezione – a differenza delle tornate del 2024 e del 2025, quando è stata avviata una sperimentazione – non è stato incluso il voto dei fuori sede: sono circa 5 milioni, tra studenti e lavoratori, quanti vivono stabilmente lontano dal Comune di residenza su un corpo elettorale complessivo di circa 50 milioni di cittadini. È però possibile votare in un seggio fuori dal Comune di residenza se si è rappresentanti di lista: alcuni partiti, come Pd, 5 Stelle e Avs hanno dato la possibilità a chi volesse di registrarsi come loro rappresentante di lista: i moduli per la richiesta, però, sono già chiusi.

Fonte Corriere della Sera – Autore Renato Benedetto

PUBBLICITÀ

Coop 970x250

ALTRE TOP NEWS