Andiamo oltre le saracinesche chiuse del Corso. Desertificazione non è solo un tema commerciale

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Leggendo la stampa locale abbiamo notato che è stato ripreso il tema della desertificazione del centro storico. È stato naturale, quindi, andarci a rileggere l’articolo sull’argomento “Modica e il recupero del centro storico. I negozi a tempo sono una ‘puttanata’ o una risorsa?”, che abbiamo qui pubblicato il 3 aprile 2025, sollecitati da una lettera aperta di Giorgio Moncada (Modica: ripopoliamo il centro storico per una città viva e connessa”, pubblicata su alcuni organi di stampa il 5 marzo 2025).

È deprimente constatare come nella società civile modicana non si riesca a innescare nulla di virtuoso: se è vero che la lettera aperta di Moncada non provocò alcuna reazione sull’ipotesi di istituire un “Tavolo permanente di progettazione, coordinamento e monitoraggio dei risultati”, si reagì invece, come toccasana anche alla allora recente dichiarazione di dissesto finanziario del Comune, proponendo quella che noi definimmo la “puttanata” del temporary store (“negozio a tempo”). A dimostrazione che avevamo ben definito l’iniziativa, non se ne fece nulla.

A quasi un anno di distanza il Comitato Socialista Modica, con un comunicato del pochi giorni fa, dopo interessanti considerazioni sulla necessità di rendere armonico il rapporto tra supermercati e botteghe, non va oltre l’ipotesi dell’immediata convocazione di una “Conferenza Programmatica sul rilancio commerciale e sociale”, nella quale mettere in relazione, per farli parlare fra loro, tutti i fattori che intervengono in quella che viene definita la “desertificazione commerciale”, causa della più generale desertificazione del centro storico.

Noi troviamo difficoltà a seguire tale ragionamento, ma anche la bontà dei passi suggeriti, perché riteniamo che simili conferenze possano produrre frutti solo se prima vengono raccolti tutti i dati necessari a renderle efficaci. Ma ciò che riteniamo davvero infondato è il teorema che la desertificazione del centro storico sia dovuta alla desertificazione commerciale. Al limite potremmo definire le due desertificazioni un cane che si morde la coda, ma, se per un attimo il cane si ferma, non si può non ammettere che il commercio è un indicatore della salute urbana, non la sua causa primaria. Non è la bottega a creare i consumatori: è la bottega che li insegue. Prima si concentrano residenti, funzioni, servizi, flussi; poi arrivano le attività economiche. In urbanistica è un principio abbastanza riconosciuto: l’offerta commerciale è un indicatore della vitalità, non la causa originaria.

Ne deriva che l’obiettivo deve essere quello di ripopolare il centro storico, che certamente non è fatto solo dai residenti ma da quanti hanno buoni motivi per frequentarlo, riportando in esso funzioni, perché il commercio segue i flussi e i flussi sono generati dalle funzioni. Il Comune può: ricollocare uffici pubblici nel centro storico; incentivare l’insediamento di servizi professionali; sostenere spazi culturali permanenti; promuovere spazi di lavoro condiviso e poli per giovani professionisti; ma non può non andare oltre, perché negli ultimi vent’anni il modello di sviluppo è mutato profondamente: trasformazione delle abitudini di consumo; concentrazione dei servizi in poli extraurbani; mutamento dei tempi di vita e lavoro. Alle campane delle chiese si è sostituito quello della televisione e di internet, con i loro ritmi e appuntamenti che trattengono l’uomo a casa.

Sono dinamiche epocali che pensare di invertire con le sole leve fiscali comunali significa sopravvalutare il potere dell’ente locale, o farne solo una battaglia di propaganda elettorale.

Ma anche nello stesso dominio del commercio deve risolversi una faida interna in atto tra grande distribuzione e bottega, che è una delle cause preponderanti di desertificazione del centro storico, nell’ambito della quale non ci pentiremo mai di aver definito puttanata i “temporary store”, che tra l’altro sono sostenuti da quanti attendono con ansia l’apertura del McDonald’s, al quale, armati di scaccia modicana, auguriamo le peggiori cose.

Abbiamo solo fornito alcune nostre considerazioni su un tema attualissimo e difficilissimo, nella piena consapevolezza che sarebbe necessario uno studio organico che le associazioni di categoria avrebbero il dovere di elaborare, attorno al quale, questa volta, sarebbe utile un convegno di tutte le parti in qualche modo interessate dal fenomeno.

Il commercio è un indicatore della salute urbana, non la sua causa primaria. Se vogliamo davvero contrastare la desertificazione del centro storico, dobbiamo avere il coraggio di distinguere ciò che dipende dal Comune da ciò che dipende da un modello economico più ampio.

Resta però evidente che il problema non può essere affrontato su un solo piano: richiede una ulteriore riflessione che distingua responsabilità e strumenti tra livello comunale e livello sovracomunale, perché senza questa chiarezza ogni proposta rischia di essere o impotente o velleitaria.

CarmeloModica

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