Quasi in concomitanza, a distanza di poche ore uno dall’altra, da una parte il Consiglio “Giustizia e Affari Interni”, composto dai Ministri dell’Interno dei 27 paesi europei, approva a Bruxelles il “Nuovo Regolamento Ue sui rimpatri” e dall’altra la Fondazione Migrantes presenta a Roma il report 2025 dal titolo “Il diritto d’asilo”.
Due facce, molto diverse, della stessa medaglia, due chiavi di lettura antitetiche della medesima questione, due modi opposti di provare ad affrontare la problematica.
Da Bruxelles si è dato un via libera politico perché gli Stati membri: organizzino “hub di rimpatrio” in Paesi terzi, dove trattenere i migranti respinti e da cui avviare l’espulsione verso i Paesi d’origine; possano concludere accordi bilaterali con Paesi terzi ritenuti idonei ad accogliere hub di rimpatrio.
Infine, la Commissione europea ha ampliato l’elenco dei “Paesi di origine sicuri”, proponendo fra questi anche paesi fino ad oggi non ritenuti tali come Bangladesh, Egitto, India, Tunisia, Marocco, Colombia e Kosovo.

Da Roma, con il sottotitolo “Richiedenti asilo: le speranze recluse”, è giunto ormai alla IX edizione il rapporto che la Fondazione Migrantes dedica “alle persone in fuga in primis da guerre e conflitti, ma anche da violazioni dei diritti, persecuzioni, mancanza di cibo e acqua, climate change, vecchie e nuove autocrazie, crisi delle relazioni multilaterali.
“Il numero delle persone sradicate dalla propria casa – si afferma nel report – dalla propria terra per questi motivi ogni anno si è fatto più elevato e anche questo 2025 registra cifre preoccupanti”.
“Le rotte e le provenienze variano- prosegue il report – ma la logica del contenimento e dell’esternalizzazione rimane costante: accordi come quello tra Italia e Albania spostano la gestione dell’accoglienza al di fuori del territorio europeo per ridurre la responsabilità politica e morale dell’Unione Europea”.
Proprio sull’esternalizzazione dei flussi si combatte la battaglia: da una parte canta vittoria l’Italia, che vede un riconoscimento al suo “modello Albania” con il Ministro dell’Interno Matteo Piantedosi che afferma “è la svolta che l’Italia chiedeva da tempo e Roma ha giocato un ruolo importante”.
Dal fronte opposto fondazioni, associazioni di studi giuridici, organizzazioni no- profit ed anche emanazioni della Chiesa cattolica contestano il nuovo Regolamento.

“Più di 200 organizzazioni chiedono che questo Regolamento venga respinto. E’ guidato – affermano i firmatari del documento di protesta – da logiche di detenzione, deportazione, esternalizzazione e punizione, soprattutto nei confronti delle persone razzializzate e comporta che un numero sempre maggiore venga spinto in un limbo giuridico e in condizioni pericolose.
Per questo chiedono alla Commissione europea di ritirare la proposta e sollecitare il Parlamento europeo a respingerla nella sua forma attuale.
“Il nuovo regolamento UE su rimpatri e hub in Paesi terzi mina il principio di accoglienza universale”. E’ quanto afferma in una nota diffusa qu l’Associazione Don Bosco 2000 commentando la stretta sui rimpatri e il via libera agli hub decisi dal Consiglio Affari Interni dell’Ue.
“Occorre difendere l’universalità dell’accoglienza e il valore di ogni vita umana, ribadendo che nessun regolamento potrà mai cancellare il diritto di ogni persona a essere accolta, rispettata e amata”, scrive l’associazione.
Agostino Sella,Ilpresidente di Don Bosco 2000, Agostino Sella,afferma inoltre: “vogliamo affermare un principio chiaro: l’accoglienza non deve fare distinzioni tra migranti, italiani o europei, perché il mondo intero è la casa di tutti. Il cosiddetto “approccio generale” del regolamento prevede, tra i vari aspetti, la semplificazione e l’accelerazione delle procedure di rimpatrio e consente agli Stati membri dell’UE di istituire hub di gestione migratoria in Paesi terzi, come quelli italiani in Albania. Questa visione è allarmante – prosegue Sella – perché lede la dignità delle persone che fuggono da situazioni disperate”.
Durala presa di posizione di Migrantes, l’ente della Conferenza episcopale italiana che monitora i fenomeni migratori, secondo la quale “il modello Albania, piuttosto che essere visto come un ‘mostro’ isolato, va collocato nel continuum delle politiche europee di esternalizzazione, come un banco di prova per la tenuta dei principi democratici e giuridici dell’Unione”.

Il meccanismo delle esternalizzazioni delle frontiere non è recente. “Non si può dimenticare che fu già con la conferenza di Evian del luglio 1938 – ci ricordal’Associazione per gli Studi Giuridici sull’Immigrazione- al fine di migliorare l’accoglienza degli ebrei in fuga dai territori tedeschi ed austriaci a seguito della persecuzione nazista, che gli Stati democratici impedirono l’ingresso regolare agli ebrei ed anzi stabilirono di negoziare con lo stesso regime nazista qualche loro forma di controllo e la limitazione della loro emigrazione, che così non fu più consentita in modo legale e finì con agevolare il successivo genocidio”.
“Questo modello di esternalizzazione del controllo delle frontiere e dei rifugiati, – prosegue l’Associazione – determina la creazione di un “vuoto di tutela giuridica” intorno ai migranti ed ai richiedenti asilo (anche potenziali), i quali non avranno concretamente la possibilità di accedere in un territorio legalmente e sostanzialmente sicuro”.
“La conseguenza, scientemente pianificata dalle istituzioni della UE – concludono i giuristi -è quella di sottrarre la loro condizione giuridica ad ogni tipo di controllo giurisdizionale, riducendola in balia di atti discrezionali adottati da Stati o da fazioni in lotta”.
In tutto questo bailamme, il Centro di Trattenimento per i Richiedenti Asilo di Pozzallo, pochissimo utilizzato, risulterà un doppione inutile?

Un esempio può rendere più chiara la situazione: è come se un ente pubblico desse un incarico ad una ditta esterna per svolgere un servizio e in contemporanea assumesse dei dipendenti per svolgere lo stesso lavoro?
Adesso, dopo il pronunciamento del Consiglio, la palla passa al Parlamento europeo, per l’approvazione finale ed è lì che ognuno dei parlamentari dovrà appoggiare la mano sul cuore prima di votare.






