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Poveri in Sicilia, poveri a Ragusa: l’Isola che cresce ma lascia indietro troppe famiglie

In Sicilia la povertà continua a crescere e anche la provincia di Ragusa mostra segnali di forte fragilità. L’analisi dei dati Caritas arriva alla vigilia della IX Giornata Mondiale dei Poveri riportando al centro la condizione delle famiglie più esposte.

Una regione che migliora nei numeri, ma dove una famiglia su tre fa fatica

Gli indicatori economici raccontano una Sicilia che negli ultimi anni ha ripreso a crescere, con il Prodotto interno lordo in leggero recupero e i consumi in timida risalita. Eppure dietro le medie regionali c’è un dato che resta testardo: oltre il 60% delle famiglie siciliane si colloca nelle fasce di reddito basso o medio basso e più di una famiglia su tre vive in condizioni di povertà assoluta o di grave disagio economico, con una quota che arriva al 32,2% nella fascia più povera, quasi il doppio della media italiana.

La conferma arriva anche dall’ultimo Report statistico 2025 di Caritas Italiana, che dedica un focus specifico alla Sicilia. Nelle diciassette diocesi dell’Isola, nel 2024 hanno operato 182 centri di ascolto che hanno incontrato 12.351 persone, pari al 4,4% del dato nazionale. La maggioranza sono donne e il 71,9% è di cittadinanza italiana, un segnale di come la crisi non riguardi solo i migranti ma intere fasce di popolazione siciliana rimasta indietro.

Numeri che si intrecciano con quelli di Istat, secondo cui nel 2024 in Italia la povertà assoluta resta stabile all’8,4% delle famiglie, ma con un’incidenza più alta nel Mezzogiorno, dove quasi una famiglia su sei è in condizione di povertà grave e strutturale. In questo quadro la Sicilia continua a comparire fra le regioni più fragili, sia per reddito disponibile sia per qualità dei servizi.

Il profilo del “nuovo povero” siciliano

Chi è oggi il povero in Sicilia secondo le Caritas regionali La fotografia è chiara: in oltre sette casi su dieci si tratta di cittadini italiani, spesso con basso livello di istruzione e vite segnate da lavori intermittenti, contratti precari, disoccupazione di lunga durata. Il 52,1% delle persone seguite dai centri di ascolto dichiara di non avere un impiego, mentre una parte non trascurabile rientra nella categoria dei lavoratori poveri, con stipendi che non coprono neppure le spese essenziali.

Le situazioni intercettate sono quasi sempre complesse: in quattro casi su dieci si sommano almeno tre ambiti di bisogno, dalla difficoltà economica ai problemi abitativi e sanitari. In Sicilia il 14,4% delle persone prese in carico si trova in condizioni di grave esclusione abitativa, tra affitti insostenibili, alloggi inadeguati o l’assenza totale di una casa. Una povertà che non è più emergenza momentanea, ma condizione che tende a cronicizzarsi negli anni.

Non è solo questione di portafoglio. Caritas Sicilia segnala un impoverimento che tocca la salute, le relazioni, l’accesso all’istruzione, con un 40% circa della popolazione esposta al rischio povertà e una quota crescente di minori coinvolti, in un contesto in cui il calo delle nascite e la migrazione di giovani verso il Nord Italia o l’estero svuotano interi territori.

Ragusa, i numeri di una provincia che non è più “isola felice”

Per anni il Ragusano è stato raccontato come un territorio relativamente protetto rispetto ad altre aree dell’Isola. Eppure gli ultimi dati diffusi dalla Caritas diocesana raccontano una realtà diversa. Nel solo 2023 i centri di ascolto ragusani, quindici servizi in rete con l’Osservatorio delle povertà e delle risorse, hanno seguito 1.114 famiglie, per un totale di 2.449 persone e 3.875 passaggi complessivi. Ogni nucleo bussa in media tre volte e mezzo all’anno alle porte dei centri, segno di un bisogno che non si esaurisce in un aiuto occasionale.

L’età media delle persone seguite è di poco superiore ai 43 anni, con una prevalenza di donne e famglie con minori. Nel 2023 la Caritas di Ragusa ha destinato complessivamente 312 mila euro in interventi diretti: 70 mila per coprire 214 mensilità di affitto, 54 mila per 325 bollette, 560 bombole del gas, 839 buoni spesa da 20 euro, oltre a contributi per assicurazioni auto, istruzione e sanità. Dietro ogni cifra ci sono contmpo storie di sfratto evitato per pochi giorni, utenze riattivate dopo mesi di morosità, bambini che possono continuare a studiare perché qualcuno paga libri e tasse scolastiche.

La povertà alimentare resta una delle ferite più esposte. Tra luglio e dicembre 2023 sono state distribuite 132 tessere per 246 carrelli della spesa, per un valore di 18 mila euro, mentre il Ristoro di San Francesco, mensa diocesana nel cuore di Ragusa, ha servito 15.600 pasti in un anno, spesso a persone italiane sole o a famiglie che non riescono più a coprire neppure il costo del cibo quotidiano.

Comuni iblei, redditi bassi e “lavoro povero”

Un altro indicatore arriva dalle dichiarazioni dei redditi. Nel report illustrato nel 2024 a Ragusa la Caritas diocesana ha messo in fila i dati dei contribuenti con reddito complessivo fra 0 e 10 mila euro, riferiti al 2021. Ad Acate oltre la metà dei residenti, il 52,98%, rientra in questa fascia. A Vittoria la percentuale si ferma di poco sotto, al 51,15%. A Ragusa città la quota è pari al 36,66%, a Modica al 37,16%, a Scicli oltre il 40%. Una mappa che mostra come il confine tra povertà e precarietà riguardi ormai una parte significativa del territorio ibleo.

Su questo scenario si innesta il tema del “lavoro povero”, più volte richiamato dalla Caritas di Ragusa. Molte delle persone seguite un impiego ce l’hanno, ma con contratti part time, stagionali o grigi, retribuzioni irregolari, mansioni multiple. Il salario viene divorato da affitti, bollette, carburante e spese impreviste. A quel punto basta un lutto, una separazone, una malattia per precipitare.

Non è un caso che, come ha ricordato Vincenzo La Monica, responsabile dell’Osservatorio delle povertà, la povertà energetica sia uno dei fronti più critici. Sempre più famiglie sono costrette a scegliere se pagare la luce o curarsi, rinviando visite mediche, cure dentistiche o terapie per risparmiare qualche decina di euro al mese.

Scuola, giovani e fuga dalla provincia

Dove i redditi sono bassi e il lavoro è intermittente, la fragilità educativa diventa una conseguenza quasi automatica. In Sicilia il tasso di abbandono scolastico resta tra i più alti d’Europa. Secondo i dati dell’Ufficio scolastico regionale, richiamati in un recente approfondimento sulle cause della dispersione, la provincia di Ragusa raggiunge un tasso del 12,2%, tra i più alti dell’Isola insieme a Palermo ed Enna, in un contesto regionale in cui la dispersionee complessiva sfiora il 17%.

Negli ultimi anni Prefettura, scuole e comuni iblei hanno avviato tavoli operativi e progetti mirati per tenere agganciati alla scuola i ragazzi più fragili, con attività extra scolastiche, tutoraggi e percorsi anti abbandono. Si tratta di interventi che provano a mettere una toppa in un contesto in cui intere famiglie vivono con un solo stipendio basso o con redditi discontinui, spingendo molti giovani a lasciare gli studi per aiutare in casa.

A questo si somma la fuga silenziosa di una parte della popolazione. Secondo una recente analisi pubblicata dalla stampa locale, circa l’11% dei ragusani risulta residente all’estero. Chi parte lo fa spesso per cercare lavori più stabili e retribuzioni adeguate, dopo anni di contratti precari in Sicilia. La domanda che rimbalza tra gli addetti ai lavori è semplice e amara: il territorio si sta svuotando delle energie che potrebbero cambiarlo.

Povertà alimentare, casa, salute mentale: i nuovi fronti del disagio ibleo

Nel racconto della Caritas diocesana la povertà a Ragusa non è solo mancanza di reddito. È anche isolamento, problemi di salute mentale, fragilità famigliari. Nel 2023 la rete dei servizi Caritas ha intercettato 51 persone che dormivano per strada nel territorio diocesano, di cui 11 minori, avviando percorsi di presa in carico sanitaria, sociale e legale. Un dato che riporta il tema dei senza dimora dal margine alla cartina del Ragusano, togliendo l’alibi del “qui da noi non succede”.

Sul fronte abitativo il problema non è solo trovare un tetto, ma trovare un tetto dignitoso a un costo sostenibile. Caritas racconta di proprietari che rifiutano contratti a chi percepisce sostegni pubblici, chiedono garanzie sempre più rigide, escludono di fatto famiglie monoreddito, stranieri, persone separate. Per alcune donne con minori la Diocesi ha attivato una casa di accoglienza a Comiso, primo rifugio in attesa di soluzioni più stabili, a conferma di come la violenza domestica e la povertà spesso viaggino insieme.

A crescere è anche la domanda di sostegno psicologico. Nel quadro più ampio regionale, Caritas Sicilia segnala un aumento di fragilità psicologiche, con l’ansia di non arrivare a fine mese che si intreccia con solitudine, depressione, dipendenze. Una linea di confine sottile separa chi riesce a rimettersi in piedi da chi scivola nella povertà assoluta, soprattutto nelle fasi di crisi personale.

“Non iniziative per i poveri, ma con i poveri”: il metodo dal Ragusano all’Isola

In questo contesto il ragusano Domenico Leggio, direttore regionale di Caritas Sicilia e guida della Caritas diocesana di Ragusa, insiste da anni su un cambio di sguardo. In occasione della Giornata mondiale dei poveri, la Conferenza episcopale siciliana ha rilanciato le sue parole: “la sfida non è solo pensare al povero, ma coltivare uno stile comunitario capace di incontrarlo e valorizzarlo come risorsa”. Non iniziative “per” i poveri, ma “con” i poveri, nel solco del messaggio di Papa Leone XIV che invita a leggere la povertà non come incidente della storia ma come luogo di incontro con i volti degli ultimi.

A Ragusa quella logica si traduce anche in luoghi simbolo come il Ristoro di San Francesco, una mensa dove ogni giorno si preparano pasti completi per più di 120 persone, con prodotti di qualità donati da aziende del territorio e cucinati da volontari e operatori. L’idea è semplice solo in apparenza: se la povertà è fatta di umiliazioni quotidiane, anche un pranzo dignitoso, con un menù curato, diventa una forma di risarcimento, un modo concreto per ricordare che chi non ce la fa non è un numero ma un vicino di casa.

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