A Siracusa, le nuove indagini sui Bronzi di Riace: nel ritrovamento c’è odore di Archeomafia?

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Giornata di approfondimento con i massimi esperti il 12 dicembre. Nostra intervista al prof. Anselmo Madeddu

“L’ipotesi siciliana sulla origine dei Bronzi di Riace”. Una giornata di approfondimento,  che si svolgerà al Teatro Comunale di Siracusa il 12 dicembre, per rendere noti i risultati di nuove indagini e di revisione dei dati di letteratura, attraverso un approccio scientifico multidisciplinare.

Le novità, contenute in un articolo sulla rivista scientifica “Italian Journal of Geosciences”, che saranno esposte dagli autori dello studio, vede coinvolti gli atenei di Catania, Ferrara, Cagliari, Bari, Pavia e dell’Università della Calabria, oltre a rappresentanti della Sovrintendenza, di Arpa Sicilia e dallo storico Anselmo Madeddu, da sempre propugnatore dell’ipotesi siciliana dei Bronzi.

Si tratta di un lavoro complesso – con il coinvolgimento di archeologi, biologi, paleontologi e storici – che conferma la bontà dell’ipotesi siciliana delle statue.

E’ prevista anche una Tavola Rotonda dal titolo “Archeomafia in Sicilia”.

Proprio su questo particolare aspetto abbiamo sentito il Prof. Anselmo Madeddu(foto sotto).

Il 28 agosto 2024 lei incontra “Enzo”, un nome di comodo. Chi è? Il confidente del boss che trasferì le statue in Calabria?

“ Il signor Enzo, è un nome di fantasia di un signore di 76 anni, originario di Augusta, che all’epoca di questa testimonianza si trovava all’estero,  in Venezuela. Lì entrò in contatto con questo personaggio che poi la Dia di Reggio Calabria, nell’ambito del processo “Cent’anni di storia”, ha definito un colletto bianco come trait d’union framafia e politica, quindi questo potente boss  gli confidò questa storia.
Il boss sarebbe, secondo la testimonianza di questo signor Enzo, colui che organizzò materialmente non tanto il recupero dal fondale marino che fu effettuato,  secondo altri testimoni da alcuni militari infedeli, che lo vendettero a lui. Fu colui  che invece organizzò il trasferimento dalla Sicilia alla Calabria e poi l’occultamento  di queste statue ed era quello che avrebbe dovuto poi gestirne la vendita all’estero, esattamente si trattava di questo”.

Dai dati di scavo del Prof. Nino Lamboglia, il  Direttore del Centro Sperimentale di Archeologia Sottomarina dell’Istituto di Studi Liguri,  incaricato di effettuare “una esplorazione accurata dei fondali del rinvenimento dei Bronzi” avvenuta dal 28 agosto al 4 settembre 1973, si apprende che furono ritrovati 28 anelli di piombo dalle dimensioni di 6/7 cm., riconducibili ad una vela. Può essere la copertura delle statue effettuata dopo il trasloco delle stesse da Brucoli a Riace ?

“Per quanto riguarda i 28 anelli di Lamboglia  in realtà successivi approfondimenti,  che sono stati fatti nel decennio successivo, hanno invece provato che si  trattava di anelli di una rete, non c’entrava niente con la vela, sono anelli di una rete di pescatori, peraltro abbastanza recente. Per altro lì vicino c’era anche un’ancora che venne collegata a questa vela antica, in realtà è stato poi riscontrato che è recentissima, quindi niente a che fare con l’ipotesi di Lamboglia che è  stata superata da Paoletti e da altri archeologi subacquei che hanno  fatto questi approfondimenti”

La posizione del Bronzo A è ricostruibile dalla testimonianza del Soprintendente Foti che sostiene, nella sua relazione, di non poter escludere che prima dell’intervento di Mariottini, il sub che individuò i bronzi, la statua fosse già stata manipolata da altre mani, che fosse originariamente prona ed invece ad un certo momento sia stata capovolta. Tutto ciò avvalora “l’ipotesi siracusana”?

“In realtà sì. Foti fa una descrizione, un verbale che poi  fa il paio con la deposizione che aveva fatto due giorni prima, il 17 di agosto, lo scopritore  Mariottini.. Foti, o meglio Guzzo, che è l’istruttore che manda Foti, fa una relazione  il 19, due giorni dopo.  Da entrambi gli scritti viene fuori che i bronzi avevano una posizione  diversa, in particolare il bronzo A che nella descrizione originale di chi fece la denuncia,  Mariottini, si trovava in posizione di fianco e con uno scudo sul lato sinistro, invece successivamente poi fu ritrovata in posizione prona e senza lo scudo. Ovviamente queste anomalie, queste descrizioni – che poi non corrispondono con ciò che cinque  giorni dopo trovarono i carabinieri,  perché ricordiamoci che i carabinieri tirarono su queste statue solo cinque giorni dopo e in quei cinque giorni è potuto succedere qualcosa – avvalorano ancora di più l’ipotesi del trafugamento di queste opere d’arte che facevano di un bottino, di un ripostiglio, un nascondiglio clandestino di una grande operazione di  archeotrafficanti”.

Uno dei testimoni afferma che nel 1968, due sommozzatori esperti del nucleo Sdai della Marina Militare di Augusta – due sottoufficiali calabresi di Reggio Calabria e di Gioia Tauro- aiutati dal sergente “F” di Viareggio e dal maresciallo “G” di Cagliari ,  con l’ausilio di una chiatta dotata di gru, riportarono a galla nel mare di Brucoli i Bronzi?

“Confermo che il settimo testimone, quello che figura anche lui con un nome di fantasia, “Franco”, sarebbe un ex sommozzatore che adesso vive fuori e che all’epoca dei fatti aveva 19 anni e faceva il servizio di re per la Marina Militare di Augusta. Lui partecipò attivamente a questo recupero, fatto in grande riservatezza, da quattro palombari: dei due, lui sostiene, uno era di Reggio Calabria e l’altro di Gioia Tauro e diceva che di questi non dava i nomi perché erano ancora in vita, mentre per gli altri due che sono deceduti ha dato i nomi credo ma si conoscono solo le iniziali, “F” per quanto riguarda quello di Viareggio e “G” per quanto riguarda invece il sottoufficiale di Cagliari. Tutti e quattro in quel periodo erano in servizio presso la Marina Militare ed avrebbero fatto quest’operazione all’insaputa dei loro vertici militari. Si accorsero delle statue durante le attività di routine istituzionale – perché loro erano del Nucleo Sdai, cioè quelli addetti a cercare nei fondali, anche abbastanza profondi, le bombe della seconda guerra mondiale, le mine – e fecero questo recupero, sostiene questo testimone ma anche altri prima di lui, con un pontone militare, quindi una sorta di zatteradi piattaforma con una gru. Due scesero giù a imbragarli e gli altri due li tirarono su e poi li nascosero sempre nella zona di Brucoli, fin quando non conclusero poi l’affare con l’acquirente, con questo boss calabrese di cui ha parlato invece il signor Enzo”.

Per concludere, con questa serie di informazioni dettagliate non appare impossibile risalire alla loro identità, basterebbe consultare gli archivi della Marina Militare di Augusta di quel periodo  per individuare quali persone risultano compatibili con le caratteristiche descritte. Il tutto non per individuare i reati commessi, probabilmente già in prescrizione, ma per svelare senza ombra di dubbio la storia vera di questi capolavori.

Peppe Privitera

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