Nel panorama previdenziale siciliano, tra numeri che raccontano crisi e territori in sofferenza, spunta un comune che fa eccezione: Ragusa.
Secondo l’ultimo studio della CGIA di Mestre, nel 2024 la provincia iblea segna un saldo positivo di +20.333 tra lavoratori attivi e pensionati.
Un risultato che, in un Sud dove quasi ovunque i pensionati superano i contribuenti, ha il sapore di una piccola rivoluzione silenziosa.
Ragusa si conferma così una delle poche province meridionali capaci di sostenere il proprio sistema previdenziale. Qui il mondo del lavoro continua, nonostante tutto, a tenere botta.
Dalle aziende agricole e zootecniche alle piccole imprese del settore artigiano e dei servizi, l’economia iblea mostra una tenuta che altrove sembra ormai un ricordo.
IN un contesto regionale segnato da denatalità, precarietà e fuga dei giovani, il territorio ragusano risce ancora a mantenere un equilibrio tra generazioni, con più persone che lavorano e versano contributi rispetto a chi è già in pensione.
Messina, l’altra Sicilia
Per capire il valore di questi numeri basta guardare a Messina, dove lo stesso studio registra un saldo negativo di -77.002.
Una distanza abissale, che racconta due Sicilie: una che produce e una che sopravvive.
Mentre nel messinese il sistema previdenziale appare sempre più sotto pressione, nel ragusano sembra funzionare un modello dverso, fatto di lavoro diffuso, economia reale e minore dipendenza dai sussidi.
RAgusa, insomma, non sfugge alle difficoltà del Sud, ma le affronta con una struttura economica più solida e radicata nel territorio .
Un Sud che invecchia, ma Ragusa tiene
La CGIA avverte che la tendenza nazionale non è incoraggiante : in Italia i pensionati crescono più velocemente dei lavoratori.
Nel Mezzogiorno e nelle Isole, nel 2024, si contano oltre 7,3 milioni di pensioni contro 6,4 milioni di occupati.
Eppure, tra questi numeri impietosi, Ragusa si distingue. Il dato positivo non nasce dal caso ma da una tradizione di imprenditorialità familiare, da un mercato del lavoro più dinamico e da una cultura del “fare” che resiste anche nelle fasi economiche più dure.






