Intervista a Giuseppe Bascietto: “Scortato, ma libero. Il mio mestiere resta dire la verità’”

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Giuseppe Bascietto, giornalista d’inchiesta originario di Vittoria, tornerà nella sua città il 14 novembre, scortato dalle forze dell’ordine, per donare alla comunità il premio ricevuto a Mesagne per il suo impegno civile e giornalistico.

Da anni racconta con coraggio le ombre della criminalità organizzata e le infiltrazioni economiche che attraversano il territorio ibleo. Lo abbiamo raggiunto telefonicamente per un’intervista in cui Bascietto riflette sul senso del suo lavoro, sulle sfide quotidiane e sulla speranza di vedere Vittoria rinascere nella luce della legalità.

Cosa significa per lei tornare a Vittoria e dedicare il premio ricevuto a Mesagne alla sua città?
Il premio è un simbolo di riscatto e legalità. Mesagne, negli anni ’90, era messa male come Vittoria: viveva nel buio, poi ha trovato la luce del cambiamento. Oggi rappresenta la dimostrazione che il riscatto è possibile. Dedicare questo riconoscimento a Vittoria è un augurio: che anche la mia città possa rialzarsi, uscire dal buio e scegliere la legalità.

In cosa consiste la “rinascita” di Mesagne? Da cosa è nata la scintilla che ha permesso alla città di cambiare?
Tutto è partito dalla capacità delle amministrazioni di intercettare i bisogni dei cittadini e trasformarli in diritti. Quando le istituzioni rispondono ai bisogni reali, la gente non ha più motivo di rivolgersi alla criminalità per ottenere ciò che gli spetta. Così Mesagne ha tolto terreno alla mafia, recuperando spazi che prima erano completamente nelle mani delle organizzazioni criminali.

Questo riconoscimento è per lei un punto di arrivo o un nuovo inizio?
Non lo considero un traguardo, ma la prosecuzione di un percorso iniziato quando avevo tredici anni. Forse è anche un nuovo inizio, perché mi dà visibilità e forza, ma nella sostanza è solo la continuazione di un impegno che non si è mai interrotto.

La Prefettura di Ragusa le ha assegnato una misura di tutela. Si sente al sicuro oggi? Ha mai ricevuto inviti al silenzio?
Le minacce di morte ci sono state. Dopo un mio post sul caso di Giovanni Salerno, ho ricevuto attacchi e una minaccia diretta, che ho denunciato ai carabinieri con nomi e cognomi. So chi è stato. Inoltre, pochi giorni prima dell’arresto di Gianfranco Stracquadaini, avevo pubblicato una sua foto a Vittoria: anche questo ha fatto salire il livello d’attenzione attorno a me.

Quanto pesa psicologicamente vivere sapendo che qualcuno può volerla zittire?
Bella domanda… non è semplice. Ci sono implicazioni familiari, emotive e psicologiche. Non si può dire che non ci sia paura, ma c’è soprattutto la consapevolezza che qualcuno vuole colpirmi. Devo ringraziare la Prefettura, la Questura, i carabinieri, la DDA e tutte le istituzioni che stanno lavorando per garantirmi sicurezza. Senza di loro oggi la situazione sarebbe molto più grave.

Ritiene che la criminalità a Vittoria stia mandando messaggi di potere simbolici più che economici?
Entrambi. Il sequestro del ragazzo è stato un messaggio simbolico: “possiamo colpire chiunque, quando vogliamo”. Ma c’è anche un risvolto economico fortissimo. Gli albanesi, in combutta con alcuni italiani, hanno creato società agricole e adesso, in contrada Alcerito, persino un consorzio per produrre imballaggi. Hanno monopolizzato un intero settore, insieme a imprenditori già noti alle cronache e coinvolti in operazioni come “Squalo”.

Sta notando maggiore attenzione o più silenzio da parte delle istituzioni?
Una maggiore attenzione, senza dubbio. Dopo le mie inchieste le istituzioni si sono mosse in fretta. Questo dimostra che ciò che ho scritto è stato preso sul serio.

Cosa la spinge ancora a fare giornalismo d’inchiesta in un contesto così difficile?
La convinzione che non possiamo lasciare terreno alle organizzazioni criminali. È una questione di civiltà e di etica. La mafia non è solo una banda di delinquenti: è un sistema complesso, radicato nella società e capace di infiltrarsi ovunque lo Stato non riesce ad arrivare. Raccontarla significa dare ai cittadini una memoria collettiva, renderli consapevoli. È da questo che nasce il mio impegno.

Se dovesse descrivere Vittoria oggi in una sola parola, quale sceglierebbe?
“Resistenza”. Vittoria è una città che sta resistendo, che non vuole piegarsi davanti alle organizzazioni criminali. È una comunità ferita ma viva, che non ha smesso di credere nel cambiamento.

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