Quando il silenzio insegna l’amore per se stessi e rivela la forza delle donne che non hanno paura di pensare.
La solitudine, come diceva Marguerite Duras, non si trova, si crea. Non ci cade addosso come un incidente del destino, ma nasce, silenziosamente, quando decidiamo di fare spazio dentro di noi. È un atto di coraggio: scegliere il vuoto quando il mondo grida rumore, scegliere il ritiro quando tutto invita alla distrazione. La vera solitudine è un’opera d’arte, una scultura fatta con il materiale più fragile che ci sia: l’anima stessa.
C’è tenerezza e dolore nel costruire questa solitudine. Non è l’impotenza dei dimenticati, ma il rifugio di chi cerca di comprendere se stesso. Duras l’ha abitata come chi abita una stanza piena di echi. Ogni parola scritta era un tentativo di ascoltare se stessa. E in questo gesto, che fonde disperazione e lucidità, nasce una forma d’amore: amore per se stessi, per il silenzio, per la presenza che si sostiene. Non è un posto confortevole. La solitudine strappa le maschere, rivela ciò che non sopportiamo di vedere.
La presenza degli altri
Ci ripiega su noi stessi finché non ci rendiamo conto di quanto cerchiamo di riempirci della presenza degli altri. E, in questa rivelazione, vediamo anche la fragilità delle relazioni umane. Ci sono uomini che, di fronte a donne intelligenti, sicure di sé ed emotivamente complete, si sentono sfidati piuttosto che incantati. È come se la luce femminile ricordasse loro le ombre che insistono a nascondere. Molti non capiscono che l’intelligenza di una donna non è un’arena per la competizione, ma un giardino dove fiorisce il dialogo.
Questi uomini confondono l’amore con il potere e la presenza con il dominio. Competono con la brillantezza che dovrebbero ammirare, cercando di superare la saggezza che potrebbero apprendere. Ma il vero amore non nasce dal bisogno di dimostrare chi è più grande: sboccia quando due esseri si guardano con rispetto e permettono all’ammirazione di prevalere sulla paura. Una donna intelligente non vuole un avversario; Vuole una compagna che cammini al suo fianco, imperturbabile di fronte alla grandezza della sua anima. Lacan diceva che, di fronte alla solitudine, ci troviamo di fronte alla realtà, il punto in cui l’Altro fallisce. È allora che lo specchio si frantuma e finalmente vediamo cosa c’è dietro il riflesso.
Ricamare il vuoto
In quel momento, il soggetto, spogliato delle illusioni, inizia il suo lavoro più delicato: ricamare il vuoto. Con fili di memoria, desiderio e parole, aggira l’impossibile e dà forma a ciò che non può essere detto.
La solitudine, allora, cessa di essere assenza. Diventa creazione. È il grembo dove nascono idee, poesia, fede e persino amore. Perché solo chi conosce la propria solitudine può riconoscere, senza paura, la solitudine degli altri.
Vivere questa solitudine è, in un certo senso, un atto d’amore maturo, che non implora presenza, ma si offre completamente quando sceglie di essere presente. Amare è poter tornare al silenzio senza perdersi. Significa comprendere che l’incontro più profondo che esista è quello che abbiamo con noi stessi, prima di ogni altro.
Quindi, la solitudine non è una prigione, ma un giardino segreto. E chi ha il coraggio di coltivarla scopre che il vuoto non è assenza di vita, ma uno spazio in cui l’amore può fiorire: profondo, sereno e vero.
Rossana Kopf – psicoanalista






