Caos treni in Sicilia: linee chiuse, disservizi infiniti e nessuna risposta. Il sud-est isolato da mesi

4–6 minuti

La storia recente delle ferrovie siciliane, in particolare nel sud-est dell’isola, ha ormai superato i confini del paradosso. Da luglio le tratte principali — come la Siracusa–Ragusa–Gela e la Catania–Caltagirone — risultano chiuse o servite da pulmini sostitutivi.

Doveva essere una sospensione temporanea, giustificata dai lavori di ammodernamento e dall’introduzione del sistema ERTMS, ma la riapertura, prima fissata al 12 settembre e poi slittata al 12 ottobre, è stata nuovamente rinviata.

Oggi si scopre che il primo vero treno su rotaia, da Ragusa a Catania, sarà acquistabile solo dal 2 novembre. Fino ad allora, soltanto pullman (o meglio dire minivan), spesso in ritardo o sovraffollati.

Treni sostituiti da pullman o minivan

Da mesi i convogli sono stati rimpiazzati da autobus sostitutivi, spesso piccoli furgoni o mezzi improvvisati che percorrono le stesse tratte ferroviarie con tempi triplicati. Un surrogato del servizio ferroviario che sta mettendo a dura prova pendolari e turisti.

Chi tenta di viaggiare da Ragusa a Catania deve armarsi di pazienza (e di ironia): due autobus, coincidenze incerte e un tragitto che può durare tra le sette e le nove ore, se tutto va bene. Peggio ancora per chi si dirige verso Siracusa: la tratta, oggi, richiede fino a nove ore complessive, con percorsi spezzettati, attese interminabili e assenza totale di informazioni.

Rinvii continui e date che slittano

La riapertura delle linee ferroviarie nel sud-est siciliano, inizialmente prevista per settembre, è stata rinviata prima al 12 ottobre e ora, secondo le ultime indiscrezioni, ma soprattutto secondo la possibilità di prenotare una corsa sull’app di Trenitalia, slitterà ai primi di novembre. Ogni volta spunta una nuova data, ma nessuna comunicazione ufficiale arriva da Trenitalia o dalla Regione. Intanto i pendolari restano appesi a promesse e orari fantasma.

Metà delle ferrovie siciliane ferme: la mappa del disastro

Guardando la mappa (in basso) delle ferrovie siciliane — con le tratte in verde che indicano le linee attive e quelle in rosso le linee chiuse o sospese — emerge un quadro sconfortante: quasi la metà della rete isolana risulta oggi fuori servizio. Da subito ci si accorge che il sud-est è tutto rosso! Alle chiusure storiche, alcune ormai ultradecennali, si sono aggiunte nell’ultima estate quelle delle tratte Siracusa–Gela–Caltanissetta e Catania–Caltagirone, bloccate nonostante fossero appena state ammodernate. Il motivo? lo spiegheremo poco più avanti.


Ufficialmente non è arrivata alcuna spiegazione da Trenitalia o dalla Regione, ma tra rinvii continui e silenzi istituzionali, la sensazione diffusa è che si stia solo guadagnando tempo, forse in attesa dei mesi più freddi — quando il problema tecnico sembra attenuarsi — per tentare una riapertura temporanea.

Treni nuovi, linee vecchie (e incompatibili)

La beffa è tutta qui: dopo anni di annunci, 250 milioni spesi per lavori e 300 milioni per l’acquisto dei nuovi treni ibridi Hitachi Blues, il risultato è che quei mezzi — progettati per linee più ampie e rettilinee — non possono circolare sulle ferrovie tortuose della Sicilia orientale. Il passo dei carrelli troppo lungo provoca uno sfregamento anomalo delle ruote in curva, consumando binari e bordini in poche settimane. L’incompatibilità, inizialmente sussurrata come voce ufficiosa, è ormai un fatto conclamato.

Nel frattempo, le vecchie motrici “Minuetto” e Aln668, che garantivano il servizio, sono state dismesse. E così, tra un rinvio e l’altro, la “modernità” promessa si è tradotta in un esercito di pulmini bianchi con il logo Trenitalia, capaci di trasportare sei o sette persone alla volta. È questa, oggi, la ferrovia Siracusa–Ragusa–Gela: un viaggio su gomma mascherato da progresso. La domanda a questo punto sorge spontanea ( direbbe qualcuno ) ma quando si è deciso di acquistare i nuovi treni nessuno ha pensato all’incompatibilità, o magari, effettuare qualche test?

Disagi quotidiani e turisti allo sbaraglio

Le testimonianze dei passeggeri raccolte dai social raccontano di viaggi estenuanti, biglietti impossibili da acquistare, autisti impreparati e persino episodi in cui i turisti — spaesati e senza assistenza — hanno chiesto l’intervento dei Carabinieri per riuscire a salire su un autobus sostitutivo. Una situazione assurda, che mina la credibilità di un sistema ferroviario che avrebbe dovuto rappresentare il simbolo del riscatto infrastrutturale siciliano.

Il danno, oltre che economico, è d’immagine. Ragusa, Modica, Scicli, Noto, luoghi patrimonio UNESCO e mete del turismo internazionale, restano irraggiungibili su rotaia. Intere categorie — pendolari, studenti, lavoratori e operatori turistici — pagano ogni giorno le conseguenze di una gestione che definire approssimativa è un eufemismo.

Politica e silenzi: tra promesse e polemiche

In queste settimane non sono mancate le dichiarazioni di facciata. L’assessore regionale ai Trasporti, Marco Falcone, e i vertici Trenitalia Sicilia, continuano a celebrare la “flotta più moderna d’Italia”, con cento nuovi treni in servizio. Peccato che metà delle linee resti chiusa e che le corse effettive giornaliere siano appena 200 o poco più. Un treno nuovo ogni due corse: un primato che nessun’altra regione italiana potrebbe vantare.

Il deputato regionale Nello Dipasquale (Pd) ha parlato apertamente di “scelte sbagliate e sprechi di denaro pubblico”, mentre la deputata del M5S Stefania Campo ha denunciato la “totale incapacità gestionale” della Regione, accusando il governo Schifani di aver escluso il Ragusano da ogni investimento reale.

Il paradosso del progresso fermo ai box

L’impressione diffusa, tra cittadini e tecnici del settore, è che i mesi estivi siano serviti solo a guadagnare tempo. Si ipotizza che alcune linee possano riaprire temporaneamente in inverno, quando le temperature più basse riducono l’usura dei binari. Poi, con la prossima estate, si tornerà punto e a capo. È una Sicilia che continua a rincorrere il treno della modernità, ma senza riuscire mai a salirci. Intanto, tra proclami e autobus sostitutivi, i siciliani restano a piedi. O, per dirla come certi politici in vena di latino, pedibus calcantibus.

PUBBLICITÀ

Bruno 970x250

ALTRE TOP NEWS