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Storia, archeologia e colpi di scena: i Bronzi di Riace parlano siciliano?

Presidente dell’Ordine dei Medici di Siracusa, già docente di Epidemiologia e di Management all’Università di Catania, il professore Anselmo Madeddu è balzato agli onori della cronaca soprattutto per la sua attività di scrittore.

E’ stato il primo ad avanzare quella che lui stesso ha definito “una antica suggestione” che lo ha portato a lanciare su un giornale provinciale, nel lontano 1984,  l’ipotesi di una origine siciliana dei bronzi di Riace, poi ripresa a distanza di più di 30 anni con la pubblicazione del libro “Il Re nudo e i suoi fratelli”.

In sintesi, in questa fatica letteraria il prof. Madeddu, sostiene che le due statue bronzee rinvenute nel mare di Riace fossero state inizialmente ritrovate nelle acque di Brucoli – forse insieme ad altre parti, poi sparite, di quello che doveva essere un gruppo scultoreo – e soltanto dopo trasferite nel mare del paese calabro. Lo abbiamo voluto incontrare per capire di più e ne abbiamo ricavato, una lunga intervista che proporremo ai noistri lettori in più puntate.

Prof. Anselmo Madeddu

E’ legittimo, che all’inizio, leggendo la notizia sulla diversa destinazione dei Bronzi di Riace, chi scrive, pensi al solito tentativo di uno storico locale di balzare agli onori della cronaca, magari propinando un’ipotesi fantasiosa e non supportata da basi scientifiche. Ma, da appassionato di archeologia, la tentazione di leggere ugualmente quanto sosteneva, è stata forte, anche se con una dose di scetticismo.

Sfogliando, “Il Re nudo e i suoi fratelli” ho capito, invece, che non si trattava di una narrazione approssimativa, tutt’altro. Non solo la sua ipotesi era condivisa da illustri studiosi ma, soprattutto, si basava su presupposti scientifici. Eccoci, quindi, al nostro incontro e la ringrazio per la sua disponibilità.

Ci racconta, con parole semplici per far capire l’argomento anche ad un pubblico non esperto, la storia dei Bronzi e la vicenda del loro ritrovamento?

“Ma guardi, a questo punto è importante partire dalla scintilla che mi ha acceso un pochettino la fantasia di questa ricerca, che è stata la lettura di un articolo di un grande archeologo americano, Robert Ross Holloway, uno dei più grandi archeologi del 1900.

Questo archeologo scrisse nel 1988 un articolo nel quale sosteneva che i bronzi non erano stati recuperati nel mare di Riace primariamente, ma erano stati recuperati nel mare siciliano e poi trasportati da organizzazioni criminali in Calabria per essere venduti all’estero. Questa cosa mi intrigò tantissimo, e mi chiesi anche perché un certo mondo accademico aveva messo da parte questa ipotesi. Mi colpì  anche il fatto che un altro archeologo americano, Anna Marguerite McCain, stretta collaboratrice di Jacques Cousteau, scrisse che questi bronzi venivano dalla Sicilia e rappresentavano in particolare i Dinomenidi, cioè Gelone e Ierone.

Da tutto ciò partì l’idea di mettermi alla ricerca delle fonti per cercare di capire cosa ci fosse di vero. Da questa ricognizione sistematica delle fonti venne fuori la risposta che almeno cinque fonti storiche parlavano di un gruppo scultoreo che esisteva nell’antica Siracusa e che è riconducibile all’ipotesi dei bronzi di Riace. Questo gruppo scultoreo raffigurava il tiranno Gelone nell’atto di deporre le armi”.

Perché il mondo accademico accantonò l’ipotesi di Holloway e di McCain?

“Per un presupposto molto logico. I bronzi di Riace sono nudi e noi tutti sappiamo che la nudità è un simbolo della divinità. Le divinità venivano rappresentate nude, non gli eroi.

Ho fatto una ricerca ed ho trovato la spiegazione logica alla nudità di Gelone. Se le fonti  storiche- mi riferisco a Diodoro Siculo, Polieno, Eliano, e poi  anche a Plutarco e Dione Grisostomo – seppure più tarde rispetto ai fatti, dicono la stessa cosa, significa che a monte ci deve essere una fonte storica comune per tutti quanti. E cosa mi colpì? Mi colpì il fatto che tutti questi storici raccontavano l’episodio della battaglia di Imera del 480 a,C. quando i guerrieri salvarono la Sicilia dall’invasione dei cartaginesi e il protagonista vittoria fu Gelone.

Quando Gelone poi ritornò a Siracusa venne informato dai servizi di intelligence dell’epoca, di un tentativo di colpe dei congiurati e lui lungi  dal  ricercare questi congiurati invece ordinò al popolo di venire armato presso l’Agora di Akradina.  Quando giunse nell’Agora in assemblea salì sul suo altare, probabilmente accompagnato proprio dai suoi fratelli Dinomenidi, si spogliò dalle vesti, depose le armi e fece un  discorso leggendario che viene ripreso in alcuni brani da Polieno negli Stratagemmi.  In sintesi lui dice: signori vi ho salvato dall’invasione dei cartaginesi, ho fatto della Sicilia la terra più potente dell’Occidente greco, se ho sbagliato io sono disarmato e voi siete  armati, uccidetemi. Rimette, insomma,  il mandato e la sua stessa vita nelle mani del popolo.

Era chiaramente un rischio calcolato ed anche un atto di grande furbizia, perché lui era consapevole del fatto che era reduce da un grande trionfo, da un grande successo  popolare ed il popolo ovviamente respinge queste dimissioni, Viene proclamato re ed è l’unico tiranno siciliano che viene proclamato re dal popolo e che viene amato. Diodoro Siculo parla di onori eroici che gli vengono tributati dopo la morte, viene considerato il rifondatore della città che ha ripopolato con le colonie di Gela, di Kamarina, di Casmene, e per . questi motivi venne realizzato un gruppo  scultoreo dove lui era raffigurato al centro, nudo e nell’atto di deporre le armi, la lancia e lo scudo .

Questa descrizione degli storici, in maniera molto suggestiva, richiama la posizione dei bronzi, in particolare del bronzo B che nell’ipotesi siciliana raffigurerebbe proprio Gelone.

Se guardiamo il bronzo B, il fratello più grande, il cosiddetto vecchio, a differenza del bronzo più giovane – che tiene la lancia nella mano sinistra tra indice, pollice e medio e quindi così nell’atteggiamento di chi sta tenendo la lancia a riposo –  col palmo della mano non solo rivolto in alto ma anche  proteso e in avanti – nel gesto inevitabile di chi sta deponendo la lancia.

Nel bronzo A, invece, si osserva una intro rotazione del polso che fa immaginare un’inclinazione dello scudo che doveva poggiare sulla spalla, nel bronzo B invece c’è una extra rotazione che fa presupporre che molto probabilmente lo scudo era inclinato verso l’esterno. Quindi tutti e due gli atteggiamenti della deposizione della lancia e della deposizione dello scudo, in maniera molto suggestiva, richiamano la descrizione delle fonti storiche. E da tutto ciò sono partito per studiare usando la logica deduttiva e leggendo un po’ tutte le fonti sono andato avanti con questa  ricerca”.

Peppe Privitera

Fine prima puntata

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