Skip to main content

Caritas diocesana, contro il CPR di Pozzallo. Don Catinella: “Assurdo, riconvertire al sociale”

Il Direttore: La città che ha dato i natali a Giorgio La Pira, non può costruire una cosa del genere, significa voler annullare la storia.

A conclusione dell’inchiesta sul CPR di Modica/Pozzallo abbiamo sentito Don Paolo Catinello, direttore della Caritas diocesana, per affrontare l’argomento dei migranti anche da un punto di vista più strettamente etico ed umano.

Per rompere il ghiaccio, la sua può essere definita una “vita da mediano”, il ruolo che rivestiva da calciatore e che riveste anche da sacerdote, caratterizzato da un agire duro ma estremamente corretto. Si ritrova in questa immagine di se stesso?

“Sì, il Vescovo dal primo settembre dell’anno scorso mi ha dato l’incarico delle direzioni di tre uffici, Caritas, Migrantes e Pastorale Sociale del Lavoro, quindi tutto ciò che ha a che fare con il sociale. Come giustamente hai detto tu, un mediano deve correre dalla mattina alla sera, senza tuttavia sacrificare la qualità delle relazioni, l’attenzione ai più fragili. Proprio in questi giorni sto cercando di dare un aiuto ad una ragazza algerina, che dovrebbe aprire una pasticceria italo-francese e non trova una casa. Sto cercando di aiutarla come posso, perché riesca a trovare un po’ di dignità anche lei, visto che è un periodo molto difficile.  Si mi sento un mediano”.

Da direttore della Caritas e dell’Ufficio pastorale, sociale e del lavoro della Diocesi di Noto, come ha vissuto questa vicenda della creazione di un CPR a Pozzallo?

“L’ho vissuta molto male, perché credo fermamente nell’uomo, perché chi crede in Dio crede nell’uomo e l’uomo non può smarrire la via maestra di trattare l’altro sempre come fine e mai come mezzo. Per cui l’ho vista sempre con grande diffidenza, poi piano piano ho capito che non si trattava di una semplice diffidenza, ma si trattava veramente di luoghi dove non è possibile accogliere persone che vengono per cercare un po’ di serenità, cercare un futuro, cercare dei sorrisi, cercare un minimo di calore umano. Non è questa l’Italia, non è nemmeno questa l’Italia che ci ha consegnato la storia. Proprio qualche giorno fa, mi permetterai di dire, abbiamo presentato un libro della Marina Militare che racconta che il Presidente del Governo, che era Andreotti, insieme con il Presidente della Caritas Italiana, Mons. Nervo, hanno fatto partire tre navi della Marina Militare per andare a salvare 970 profughi vietnamiti nel mare cinese. Oggi li facciamo morire a 14-16 miglia dalle nostre coste. Chi siamo, chi stiamo diventando come Italia? In questi centri io non mi ci rivedo, ma penso che nessun italiano debba rivedersi in questi luoghi di detenzione, che non hanno nulla a che fare con la nostra storia, con la nostra umanità”.

Non trova che sia fuori luogo, se non addirittura provocatoria, l’idea di creare un luogo di trattenimento dei migranti nella città che ha dato i natali al Sindaco santo Giorgio La Pira, pioniere dell’accoglienza?

“Non lo so se tutto questo dobbiamo considerarlo quasi, come dire, un voler annullare una terra che ci racconta delle grandi qualità di quest’uomo. Lui considerava il Mediterraneo come il mare dell’incontro, il ponte che permette di comunicare. Ma siamo lontani dal grande Giorgio La Pira oggi. Non voglio fare una questione di partiti, ma sicuramente la cosa che oggi colgo è una grande distanza da questi grandi profeti della politica, che credevano nel valore dell’umanità e dell’incontro delle culture. Penso che nella città che ha dato i natali a Giorgio La Pira, costruire una cosa del genere sia voler annullare la storia. La storia bella, la storia che ha a che fare con l’incontro, con quella che Tonino Bello chiamava la convivialità delle differenze. Noi non siamo per la logica dell’omologazione. L’omologazione da sempre annulla la nostra umanità. Noi crediamo fermamente, anche nelle difficoltà ovviamente, nella convivialità delle differenze che significa la capacità di convivere insieme all’altro, perché l’altro ha qualcosa da raccontarmi, ha qualcosa da darmi e ha qualcosa da sentire anche da parte nostra.“

Non pensa che si possa trarre insegnamento da un errore commesso e tramutarlo in un fatto positivo, cambiando la destinazione della struttura facendola diventare un luogo di socializzazione. Non è anche questo un segno che – come lei sostiene – “ci spinge a ritornare ad essere umani”?

“Sì, credo che la storia della Chiesa ci ha insegnato a convertire quei luoghi che erano definiti di morte o di mortificazione dell’umanità in luoghi in cui è possibile far rinascere la vita. Oggi a Pozzallo vedo la mancanza di un centro di inclusione sociale che permetta ai giovani di riflettere su tematiche importanti, su tematiche che hanno a che fare con l’abitare la città,  con temi delicati che hanno a che fare anche con l’accoglienza, con l’intelligenza artificiale, con la nostra umanità moderna. Ecco, trovare dei luoghi di inclusione potrebbe essere questa l’opportunità. Ma penso anche ad un’altra cosa. Quante situazioni di emergenza viviamo anche nella nostra città di Pozzallo, di persone che non hanno dove stare, che non hanno dove vivere momenti di grande vitalità.
Perché non creare anche lì una mensa? Perché non creare un luogo di accoglienza, di condivisione, di convivialità, un luogo dove è possibile incontrarsi anche a prescindere da quelli che sono i dati anagrafici, cioè l’anziano con il giovane, ritornare ad essere società nel senso più bello del termine: comunità.
Per fare questo abbiamo bisogno anche di alcuni spazi ed il Cpr potrebbe diventare da luogo di morte  un luogo di rinascita. Perché, come diceva una grande persona di fede, Ernesto Balducci, l’uomo è un essere natale, può sempre rinascere e riesce a rinascere soprattutto dagli errori quando ha l’umiltà di riconoscerli.“

Peppe Privitera

Don Paolo Continella, Ernesto Balducci, Giorgio La Pira, Migrantes, Mons. Nervo, Pastorale Sociale

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *