Centro di Permanenza per il Rimpatrio: lo spreco sul modello Albania, del “CPR” di Pozzallo

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E’ stato il primo ad essere realizzato in Italia. Di attivo c’è la sorveglianza dell’area affidata ai militari.

( di Peppe Privitera) – In ambito nazionale la querelle che riguarda il CPR – Centro di Permanenza per il Rimpatrio –   creato in Albania allo scopo di trattenervi i migranti sbarcati in Italia e destinatari di un decreto di espulsione, sembra attenuarsi per poi riprendere vigore non appena si tocca il tasto degli sprechi.

Da una parte il governo Meloni sostiene addirittura che la Comunità Europea vuole mutuare dall’Italia questo sistema, dall’altra le opposizioni parlano di completo fallimento.

L’unico modo per capirci qualcosa è affidarsi ai numeri. Secondo uno studio dell’Università di Bari e di Actionad il costo per allestire un singolo posto letto è stato di 153 mila euro, mentre nel CTA di Porto Empedocle sono stati spesi poco più di 21 mila euro per singolo posto letto. Per detenere 20 persone tra metà ottobre e fine dicembre 2024, poi liberate tutte in poche ore, sono stati spesi 114 mila euro al giorno; da tempo non ospita migranti ma va mantenuta la vigilanza con ulteriori aggravi economici.

Sul CPR di Pozzallo una coltre di silenzio

Tuttavia, mentre sul CPR di Gjader si polemizza ma almeno se ne parla, su quello ubicato nell’area industriale Modica-Pozzallo – di fatto ricadente nel territorio della città marinara – è calata una coltre di silenzio.

Nato nell’estate del 2023 – come allargamento dell’hotspot ubicato all’interno dell’area portuale di Pozzallo – consta al suo interno anche di  un’area detentiva destinata a CPR.  in previsione di una massiccia emergenza negli arrivi.

E’ stato il primo Centro di Permanenza per il Rimpatrio realizzato in Italia e ironia della sorte viene scelta la città di Pozzallo, nota ovunque per la sua disponibilità all’accoglienza e per aver dato i natali al sindaco Santo Giorgio La Pira che per tutta la vita si è battuto in favore dei deboli e dei bisognosi.

Se si trattasse di satira farebbe pure ridere ma purtroppo è cruda realtà.

Eppure inizialmente questa enclave “albanese” in provincia di Ragusa aveva suscitato scalpore: una manifestazione molto partecipata(vedi foto sopra) con esponenti politici e sindacali, associazioni, rappresentanti della Chiesa e singoli cittadini avevano espresso la loro contrarietà alla realizzazione della struttura.

In seguito i giudici hanno rigettato la procedura veloce di rimpatrio proposta dal Questore per i pochissimi migranti ospitati e da quel momento il CPR è diventato una cattedrale nel deserto, visto che anche la parte destinata ad hotspot è stata scarsamente utilizzata.

Al momento rimane attiva soltanto la sorveglianza dell’area affidata ai militari.

Sarebbe interessante anche per questa realtà, così come avviene per quella ospitata in Albania e per altri centri in Italia, che chi ha la possibilità di attingere ai dati li renda di pubblica conoscenza in modo da consentire al singolo cittadino di poter valutare con attenzione se siamo davanti ad un modello da esportare o ad un costoso fallimento.

Peppe Privitera

Foto di copertina: CPR di Pozzallo visto dal drone

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