Quando la democrazia si svuota resta solo chi cammina controvento…

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C’è una propaganda pervasiva che continua a infestare il discorso pubblico italiano e descrive l’Italia come un Paese travolto dal fascismo, abitato da squadristi invisibili, dominato da complotti neri e popolato da nostalgici del Ventennio.

Una narrazione allucinata, satura di ossessioni storiche, che ha come unico scopo quello di delegittimare il governo democraticamente eletto e chiunque osi pensare fuori dalla linea del progressismo obbligato e che va oltre la legittima critica per adottare le mai dimenticate direttive comuniste “Buttate alle ortiche probità, onestà, integrità. Nel partito si deve appoggiare tutto ciò che aiuta ad avanzare, senza noiosi scrupoli morali”  .(1)

La realtà è che questa caricatura paranoide serve solo a tenere in vita un’identità politica morente, che non sa più parlare di lavoro, sicurezza o sovranità, e allora grida al fascismo immaginario per nascondere il vuoto che ha dentro.

Il vero pericolo oggi non è il ritorno del Duce, ma l’uso sistematico dell’allarmismo ideologico per criminalizzare il dissenso. Si coltiva il sospetto, si normalizza la demonizzazione, si fabbricano nemici interni. È un’operazione che non nasce solo nei salotti televisivi, ma trova sponde anche dentro certe istituzioni, compresa parte della magistratura, come rivelano dichiarazioni pubbliche, tra cui quelle di Luca Palamara, che meritano di essere valutate con attenzione e ricavarne la natura di organicità ad un progetto politico anziché liquidate come improponibili errori ed isolate opinioni non opportune di “compagni che sbagliano

Anche qui non si tratta di imbavagliare la critica, ma interrogarsi su come certe narrazioni diventino strumento di lotta politica, spesso con la complicità di chi dovrebbe garantire equilibrio e imparzialità.

Siamo di fronte a un uso velenoso della parola “oppressione”, oggi basta sostenere Meloni o esprimere un pensiero identitario per venire demonizzati come eversivi. Questa non è libertà: è repressione culturale mascherata da antifascismo.

Il tempo della prudenza silenziosa è finito, davanti a una guerra di delegittimazione permanente, chi rifiuta di piegarsi deve entrare nel campo di battaglia con lucidità, fermezza e spirito verticale e “portarsi – come scriveva Julius Evola – là dove si combatte, là dove l’urto è più vivo”.

È tempo di smascherare l’inganno. Il nemico non è il fantasma del passato ma la macchina ideologica del presente, che falsifica la realtà per conservare potere. Se vogliamo davvero difendere la democrazia, cominciamo col dire le cose come stanno.

Chi è all’opposizione si comporta come se detenesse la verità assoluta, il primato morale e culturale, la legittimità “vera”. Non siamo più nella normale dialettica tra maggioranza e opposizione ma nel mezzo di una rivolta permanente, una lotta contro un potere “illegittimo”, che, per quanto legittimato dalle urne, viene dipinto come oppressivo, regressivo, addirittura pericoloso.

Si rovescia la grammatica democratica. Chi ha vinto le elezioni non esercita un potere riconosciuto, ma è trattato come un usurpatore da chi, pur non avendo né numeri né mandato popolare, si arroga il ruolo di “resistenza morale”.

Così il popolo, che dovrebbe essere la fonte del potere democratico, finisce per essere visto come complice dell’oppressore facendo perdere valore al voto, l’atto più alto della democrazia, per veicolare un clima in cui le elezioni sembrano non contare più nulla, se producono esiti “sbagliati”.

È da qui che nasce l’idea inquietante che il vero potere non si conquisti con le urne, ma si eserciti altrove. Qualcosa di simile ad una rete informale realizzata con intrecci tra i consigli di amministrazione di diverse società in cui le stesse persone strategicamente posizionate in CDA di più aziende realizzano un potere trasversale autonomo rispetto alle stesse che, di fatto, può condizionare le decisioni aziendali oltre le logiche di mercato o di concorrenza, favorire scambi di favori, alleanze occulte o cartelli, rafforzare il controllo su settori strategici da parte di pochi gruppi di potere, esercitare influenza politica, tramite lobby o reti di influenza: in pratica una “cupola economica”.

Ed osservando ciò che avviene nel mondo politico e dell’informazione tra  redazioni di giornali on line e della carta stampata, procure, ONG, cattedre e salotti televisivi che appare evidente la presenza di un potere che non risponde a nessun voto, ma pretende di stabilire cos’è giusto, lecito ed ammissibile.

Come si fa a non notare quel continuo girare di giornalisti da un punto all’altro della stessa rete di potere che si conoscono tra loro come vecchi amici, che hanno il dono dell’ubiquità. Sono presenti dappertutto, scrivono, fanno editoriali, si intervistano fra loro.

E contro questo potere, chi governa, invece, di esercitare con fierezza il mandato ricevuto, si trova costantemente sulla difensiva, come se dovesse chiedere scusa per aver vinto.

Questa non è più una normale dialettica politica: è un’inversione simbolica del potere. Un segnale grave per la salute della democrazia, che rischia di ridursi a una liturgia formale svuotata dalla sostanza.

Quando la legittimità non nasce più dal popolo ma da una “casta morale” autoeletta, allora sì che il pericolo democratico è reale.

(1) K. Marx – F. Engels, Lettera a G.A. Loettgen.

Carmelo Modica

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