( di Giuseppe Calabrese) – La ricca biografia di Ottorino Gurrieri, nativo di Ragusa e perugino d’azione (si trasferì nel capoluogo umbro nel 1936 dopo una breve permanenza a Bologna, n.d.a.), rappresenta il paradigma delle grandi tragedie del ‘900 che, parafrasando Eric Hobsbawm ed il suo “secolo breve”, potremmo soprattutto definire il “secolo greve” per i drammi personali e collettivi che lo caratterizzarono.
Giornalista precoce, ma soprattutto grande studioso dell’arte umbra, oltre che scrittore e saggista,
Gurrieri non risparmiò veri e propri colpi di scena nel corso della sua vita. La sua vicenda ne fa infatti un simbolo di quegli uomini che, nonostante la deriva culturale prima che politica rappresentata dalla condivisione delle leggi razziali e delle pseudoteorie scientifiche che ne erano state poste alla base, seppero trovare la via del riscatto e della lotta per la riconquista delle libertà democratiche, fino a conoscere il carcere nelle prigioni della Repubblica sociale di Salò.

L’atto di nascita di Ottorino Gurrieri nel Comune di Ragusa Superiore
Scoprì ad appena 19 anni la passione per il giornalismo, collaborando con diverse testate, che lo accompagnò per tutta la vita. Il suo primo servizio uscì su Il Messaggero il 5 dicembre 1924, mentre dal 1926 al 1931 collaborò con Il Giornale di Sicilia, fino a diventare tra gli anni ’40 e ’50 redattore capo da Perugia del Giornale d’Italia e del Giornale del mattino. ma Gurrieri fu anche un intellettuale a tutto tondo al punto da trasformare due suoi reportage, usciti a puntate su La Nazione del popolo, in monografie sul tema della detenzione dal titolo “Una cometa su Perugia – Il labirinto di Marion”, la spy story di una ballerina ungherese incarcerata nel 1940 a Perugia, pubblicato la prima volta per i tipi di “Associazione 1 dicembre 1943”, e “Nelle carceri di Perugia sotto il terrore nazifascista 1943-1944” uscito nel 1947 per i tipi dell’editore Simonelli con lo pseudonimo “2920”, in cui raccontò i giorni trascorsi in una cella della Rsi.

La ristampa 2020 di “Nelle carceri di Perugia sotto il terrore nazifascista”
E fu proprio come intellettuale, figlio della sua epoca, che Gurrieri fu attratto dal “Manifesto della razza” redatto dai maggiori scienziati italiani sull’esistenza di una presunta quanto improbabile esistenza di una “razza italiana”, specie dopo le teorie del professore tedesco Eugen Fischer, antropologo e anatomico tedesco, sugli Etruschi che, seconda la sua teoria, per i propri tratti somatici costituivano una razza a sé, né semita né ariana, in particolare nel naso <leggermente incurvato – sostenne –, sottile, ben costrutto, dalla cui leggera curvatura, sino a quella più energica che si dice naso aquilino, si trovano tutte le gradazioni>.
In considerazione delle tesi del professor Fischer, studioso dei cosiddetti “Bastaards” di Rehoboth dell’Africa meridionale, una sorta di ibridi tra olandesi e ottentotti, si gettavano le basi della tesi sull’esistenza di una “razza italiana” , nei fatti considerata una discendenza degli Etruschi.


Il Manifesto della razza (Ansa) e il professor Eugen Fischer
Le teorie eugenetiche di Fischer finirono così per ispirare anche Gurrieri che nell’edizione del 5 maggio 1941 della rivista quindicinale La difesa della razza, diretta dal chiaramontano Telesio Interlandi, con un servizio dal titolo “Genio artistico della nostra razza” scrisse: <Grandi lineamenti marcati, naso incurvato, mento appuntito, fronte possente ma anche obliqua. Dante Alighieri, Leon Battista Alberti, Michelangelo Buonarroti, Ludovico Ariosto, Torquato Tasso, Benvenuto Cellini, sono i più perfetti ed evidenti rappresentanti … Nella maschera di Dante, nel suo volto tradizionale, l’Italia ha trovato – aggiunse inoltre – il suo Poeta sommo. Lo scetticismo potrà anche affermare che con un altro viso sarebbe stato identico il fenomeno della divinanizzazione dantesca: ma idealmente la sua figura appare tanto più grande tanto più simbolica, in quanto nei tratti ognuno di noi ha ravvisato e ravvisa ancora Dante come il tipo, anzi l’archetipo, dell’italiano che oltre l’epoca latina risale anche alle origini etrusche ed arcaiche…Grandi aquilini – concluse Gurrieri – sono una teoria innumerevole che qui non è possibile né descrivere né elencare. Ma è certo che essi prendono ne’ loro tratti molto dal classico tipo dantesco, risalendo così alle fonti pure>.
L’armistizio del 3 settembre 1943 (reso noto l’8 settembre, n.d.a.) e la conseguente nascita della Repubblica sociale di Salò indussero però Gurrieri a separare il suo destino dal fascismo e ad entrare nelle fila della Resistenza nella brigata perugina “Amici dell’arte”.
Ma il suo impegno per la riconquista della libertà gli costò caro.
La notte del 18 ottobre del 1943 venne arrestato durante una retata e tradotto nel carcere di Perugia dove rimase per quasi un mese, fino al 12 novembre, quando fu scarcerato in libertà provvisoria. Un’esperienza che lo segnò nel profondo e la detenzione nelle carceri repubblichine si trasformò in un’occasione di riflessione sugli atti di crudeltà di cui si rese responsabile un regime ormai allo sbando e su una sua nuova coscienza politica e morale.
Così la sua testimonianza raccolta nel libro “Nelle carceri di Perugia sotto il terrore nazifascista 1943-1944” divenne una sorta di memoriale che consentì di fare luce sui mesi che precedettero la fine della guerra in territorio di Perugia e di ricostruire episodi inediti prima della liberazione della città.
Come del resto la sua monografia “Una cometa su Perugia – Il labirinto di Marion” svelò i contorni del piano diabolico messo in atto nel marzo 1944 dal prefetto Rsi di Perugia Armando Rocchi, che organizzò un finto rapimento di Marion Keller De Schleitheim, ex ballerina ungherese poliglotta, arrestata il 3 dicembre 1939 a Napoli perché accusata di spionaggio militare per conto della Francia e condannata da un Tribunale di Roma a 25 anni di reclusione che scontava nel carcere perugino.
L’obiettivo del prefetto Rocchi era quello di infiltrarla nelle brigate partigiane dell’Appennino umbro-marchigiano dove erano in corso rastrellamenti delle unità repubblichine.


Storia di Perugia e Guida artistica di Perugia
Già prima della guerra, ma soprattutto nel dopoguerra e nei decenni successivi Ottorino Gurrieri fu autore di numerose pubblicazioni di storia dell’arte, specie su Perugia e sui suoi maggiori manufatti, diventando tra l’altro docente dell’Accademia di belle arti “Pietro Vannucci” del capoluogo umbro ed ispettore onorario dei monumenti.
Fu anche presidente dell’Azienda autonoma del turismo di Perugia. Lo storico dell’arte inoltre collaborò attivamente con la Sovrintendenza ai monumenti ai fini dello studio e del restauro dei più significativi monumenti cittadini. Gurrieri assunse in particolare la direzione dei lavori di scavo della Rocca Paolina, che durarono ben 32 anni, dal 1931 al 1963, fino all’apertura al pubblico due anni dopo, nel 1965, di uno dei monumenti simbolo sul piano storico ed urbanistico di Perugia.
Ma il suo legame ed interesse per Ragusa non venne mai meno se tra le carte del “Fondo Gurrieri”, che vanno dal 1919 al 1988, custodite nella Biblioteca comunale “Augusta” di Perugia, ci sono anche appunti sul saggio pubblicato nel 1982 dal professor Giorgio Flaccavento su “Uomini, campagne e chiese nelle due Raguse”.
D’altronde era stato lo stesso Gurrieri, agli esordi della sua carriera, ancora ventenne, a curare per i tipi delle editrice Sonzogno due opuscoli corredati da diverse foto nell’ambito della raccolta “Le cento città d’Italia illustrate”. Il primo uscito nel 1928 dal titolo “Ragusa: nel passato, nel presente e nel futuro” ed il secondo pubblicato l’anno dopo, nel 1929, su “La regione iblea e la provincia di Ragusa”.
Giuseppe Calabrese
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