Lo sguardo del deputato modicano verso la Lega
La dura dichiarazione di Stefano Cirillo sembra puntare dritto su Ignazio Abbate e sulle sue scelte politiche nel momento più delicato per la Dc.
Non lo scrive mai nero su bianco, ma è difficile non leggere nella lunga nota di Stefano Cirillo un riferimento diretto al comportamento politico di Ignazio Abbate. Il contesto, i tempi, le scelte raccontate portano tutte nella stessa direzione. Una dichiarazione che pesa come un atto d’accusa e che irrompe nella crisi della Democrazia Cristiana mettendo a nudo il momento in cui, nella politica, la fedeltà diventa improvvisamente un concetto elastico.
Il racconto di Cirillo, la scena prima della fuga
Cirillo descrive una stagione che conoscono in molti. “Ho visto persone bussare a casa di Totò Cuffaro tre volte al giorno”, scrive, restituendo l’immagine di un via vai continuo, quasi rituale. “Ho visto e sentito richieste di ogni tipo, incarichi di partito, ruoli nei governi, favori, intercessioni, aiuti. Tutti presenti, tutti pronti, tutti interessati”. Una fotografia nitida di una fase in cui la Dc sembrava una casa accogliente e frequentata.
Poi il punto di rottura, raccontato senza giri di parole. “Nello stesso identico giorno in cui arriva un avviso di garanzia, ecco il fuggi fuggi generale”. È qui che il tono cambia. “Gli stessi che erano sempre stati più vicini prendono improvvisamente le distanze”, scrive Cirillo, elencando le reazioni: chi si dice tradito, chi scopre di non condividere più i metodi, chi chiude tutto con un freddo “ognuno per la sua strada”.
I simboli cancellati e la memoria corta
La parte più dura del testo arriva quando Cirillo parla dei simboli rinnegati. “Molti di loro, guarda caso titolari di incarichi di partito, cancellano in poche ore i loghi della Democrazia Cristiana dai profili social, arrivando perfino a negare agli amici di esserle mai stati vicini”. Un passaggio che pesa come un macigno, perché non riguarda solo la politica ma anche la memoria, la coerenza, il modo di stare nei rapporti umani.
Nel frattempo, aggiunge Cirillo, “i programmi televisivi riciclano immagini del passato, cannoli, allusioni, incontri di trent’anni fa”, costruendo una narrazione utile a dipingere Totò Cuffaro come un uomo immobile nel tempo. “E qui si consuma l’ipocrisia più grande”, scrive, senza attenuanti.
Il garantismo che vale solo per alcuni
Un altro passaggio centrale riguarda il doppio standard. “Per esponenti indagati di altri partiti si sono sempre alzati cori unanimi di garantismo”, ricorda Cirillo, con appelli alla presunzione d’innocenza e inviti ad attendere serenamente il lavoro della magistratura. “Per Totò Cuffaro, invece, nessuna attesa e nessuna cautela, la condanna unanime immediata”.
Secondo Cirillo non si tratta di giustizia, ma di opportunità politica. “Non bisognava capire, bisognava fermarlo”. Una frase che riassume l’amarezza di chi vede applicate le regole solo quando conviene.
Restare o andare via, il confine tracciato
Cirillo non lascia dubbi sulla propria scelta. “A chi oggi se ne va, o pensa di traslocare altrove perché incapace di reggere una fase di crisi così complessa, voglio dire una cosa sola: i modi fanno la differenza tra gli uomini, gli ominicchi e i quaquaraquà”. E ancora: “Non mi muovo di un millimetro. Resto in piena, totale continuità con la Democrazia Cristiana”.
È proprio in questo passaggio che molti leggono il riferimento più diretto a Ignazio Abbate. Una descrizione che, pur senza citazioni dirette, appare difficilmente separabile dalle sue recenti scelte politiche. Il deputato modicano, per anni tra i volti più riconoscibili dell’area cuffariana, ha infatti scelto una linea opposta, fatta di silenzio e progressivo allontanamento.
Lo sguardo di Abbate verso la Lega
Dentro questo quadro si colloca l’ipotesi, ormai sempre meno sussurrata, di un passaggio di Abbate verso la Lega. Non un atto clamoroso, ma un trasloco politico silenzioso, maturato proprio mentre la Democrazia Cristiana attraversa la sua fase più difficile. Una scelta che viene letta da molti come una ricerca di riparo, più che come una svolta ideale.
Cirillo non cita la Lega, non ne parla direttamente, ma il suo racconto sembra descrivere esattamente questo tipo di movimento. L’abbandono di una casa politica nel momento in cui diventa costosa da difendere e la ricerca di un nuovo approdo più sicuro. Una dinamica antica, che la sua nota riporta al centro del dibattito con parole che non lasciano spazio a equivoci.
(czcz)







