Modica come un’officina al lavoro. Il “Dissesto” non ammette improvvisazione, ma metodo

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Tutto potremmo accettare, tranne di essere tacciati di intellettualismo, inteso come esercizio sterile dell’analisi, incapace di tradursi in progetti realmente operativi. L’analisi, se non conduce all’azione, non è cultura di governo, ma evasione. È un modo elegante per sottrarsi alla responsabilità di decidere e di assumere le conseguenze delle proprie decisioni.

Per questo, sin dall’inizio di questa riflessione, abbiamo posto al centro una norma elementare ma troppo spesso disattesa: ogni provvedimento di governo, se vuole produrre effetti reali, deve rispettare le fasi classiche del processo decisionale. Riconoscere e analizzare il problema, indagare le possibili soluzioni, elaborarle in modo strutturato, scegliere responsabilmente e valutare i risultati. Nulla di originale, nulla di sofisticato. Eppure, proprio la sistematica violazione di questa sequenza ha prodotto, nel tempo, decisioni fragili, incoerenti e incapaci di reggere alla prova della realtà. [Per una visione plastica dell’assenza di un corretto processo decisionale rimandiamo al nostro “Storia nascosta” che racconta, tra l’altro, come nacque l’Università San Martino e morì il suo Corso di Laurea in Scienze del governo e dell’amministrazione, senza lasciare traccia di sé e senza nessuno indotto culturale ma solo debiti.]

Le proposte che emergono da questo nostro lavoro non hanno quindi l’ambizione di indicare singole soluzioni amministrative, né di suggerire scorciatoie per uscire rapidamente dalle difficoltà. Hanno un obiettivo più radicale e, al tempo stesso, più concreto: aumentare in modo strutturale la qualità del processo decisionale. Perché è dalla qualità del processo che dipende, nel tempo, la qualità delle decisioni politiche e amministrative.

Per rendere più immediato il senso di questa impostazione, proponiamo una narrazione capace di tradurre in immagine ciò che fin qui è stato argomentato: immaginare Modica come un’officina al lavoro. Non una metafora estetica, ma un’immagine operativa; un luogo in cui tutte le risorse della città – storiche, culturali, professionali, economiche e politiche – sono chiamate a operare in modo coordinato, ciascuna secondo il proprio ruolo, ma orientate da un medesimo metodo.

Un’officina non è un’assemblea permanente, né un palcoscenico; non è il luogo della dichiarazione continua, né dell’improvvisazione. È uno spazio ordinato, in cui il lavoro ha una sequenza, gli strumenti hanno una funzione, il tempo è rispettato e il risultato finale conta più dell’esibizione del singolo. In un’officina nessuno lavora da solo, ma nessuno confonde il proprio compito con quello degli altri.

In questa immagine, la politica conserva il suo ruolo centrale e la sua piena responsabilità. Non viene sostituita dalla tecnica, né delegata agli esperti. Semplicemente, smette di essere gesto isolato o reazione istintiva, e diventa espressione consapevole delle qualità complessive della comunità che rappresenta.

Pensare Modica come un’officina al lavoro significa anche riconoscere che una Comunità non governa bene se non dispone di strumenti cognitivi adeguati. Un’azienda che opera in condizioni di incertezza investe in analisi, documentazione, studio dei dati, memoria delle decisioni passate. Non per amore della teoria, ma per ridurre l’improvvisazione. È legittimo chiedersi perché un Comune, chiamato a governare processi complessi che incidono sulla vita di migliaia di persone, dovrebbe rinunciare a questa stessa infrastruttura di conoscenza.

La qualità delle decisioni non dipende dalle persone che le assumono, ma dal contesto che le rende possibili. Un contesto povero di dati, privo di analisi, senza memoria e senza valutazione produce inevitabilmente decisioni deboli, anche quando è animato da buone intenzioni. Al contrario, un contesto che organizza la conoscenza, che documenta le scelte, che rende confrontabili le alternative, costringe anche il decisore mediocre a comportarsi meglio.

In questo senso, la metafora dell’officina richiama un’idea di responsabilità diffusa dove la società civile non è chiamata a sostituirsi alla politica, né a decidere al posto delle Istituzioni ma a contribuire, nelle forme e nei limiti appropriati, alla qualità della conoscenza che precede le decisioni. La cultura, quando diventa metodo, smette di essere ornamento e torna a essere forza ordinatrice.

Se il processo decisionale è riconoscimento e analisi del problema, indagine ed elaborazione delle soluzioni, scelta finale e valutazione dei risultati, è su ciascuna di queste fasi che occorre intervenire per migliorarne la qualità. Non con proclami, ma con strumenti; non con slogan, ma con metodo; non con l’urgenza permanente, ma con il lavoro paziente e ordinato.

Solo così Modica potrà smettere di rincorrere l’urgenza degli eventi ma programmarli e governarli. Solo così il dissesto potrà diventare, finalmente, non la fine di un ciclo, ma l’inizio di una ricostruzione civile e istituzionale degna di questo nome.

Carmelo Modica

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