Principi culturali e metodologici per la costruzione di un percorso
C’è una frase antica: «Se non sai cosa fare, metti in ordine». Ce la ripetevano i nostri padri, quelli nati agli inizi del Novecento, uomini con poca scuola e molte rughe, con la terza elementare e le mani ruvide. Erano loro, i padri con i calli, a insegnarci che il disordine non è solo una condizione delle cose, ma un modo di pensare. Mettere in ordine, per loro, significava restituire senso, rimettere le cose al proprio posto naturale, cominciare di nuovo.
Oggi, in una città come Modica, travolta dal dissesto finanziario e morale, quella voce lontana torna a farsi attuale, perché quando un Comune fallisce, non è solo il bilancio a crollare ma anche le relazioni, le priorità, la fiducia pubblica. E quando la legge affida la rigenerazione agli stessi che hanno prodotto il disastro, si entra in un paradosso che somiglia a una beffa: si chiede al caos di produrre ordine.
Ecco allora che la saggezza dei padri, quella dei calli, torna utile più di tanti manuali di governance. “Mettere in ordine” oggi non significa ricomporre capitoli di spesa o schemi di bilancio, ma rimettere al centro ciò che abbiamo smarrito: il valore della cultura come risorsa, la qualità delle relazioni, la responsabilità condivisa.
Ci siamo convinti, in questi anni, che la politica potesse bastare a sé stessa, che il consenso fosse un sostituto della competenza, che la cultura fosse un lusso per i tempi buoni. Ma il dissesto di Modica, come di tante altre città, mostra che non è così. Quando la cultura si ritira, la politica smette di pensare; quando la società civile si adagia, la mediocrità diventa sistema.
Questo è il primo input che avvertiamo dalla rilettura della prima parte di questo studio, con il quale ci siamo proposti di descrivere la realtà politico-culturale entro la quale è maturata la dichiarazione di dissesto finanziario del Comune di Modica. Per fare ciò abbiamo cercato di disegnare il contesto senza infingimenti, nella nuda verità dei fatti e delle responsabilità, comprendendo che il dissesto non era stato un evento improvviso, ma la conclusione coerente di un lungo processo di mediocrità istituzionale e di smarrimento civile.
In questa seconda parte intendiamo passare dall’analisi alla proposta: delineare linee progettuali e indirizzi operativi che possano costituire l’avvio di un percorso di risanamento. Non si tratta di un programma amministrativo nel senso tecnico del termine, ma di un quadro metodologico: un insieme di regole, procedure e dispositivi pensati per contrastare le dinamiche degenerative che abbiamo messo a fuoco nella prima parte. Quelle stesse dinamiche – la povertà di pensiero, la complicità della società civile, la rinuncia della cultura al suo ruolo critico – che rappresentano le cause profonde del dissesto.
I principi da cui partire sono pochi ma decisivi. Possiamo esprimerli quasi come sillogismi elementari, che fungono da fondamento logico del progetto:
- Se la responsabilità del dissesto è da attribuire alla mediocrità della società civile e della sua classe culturale, allora il primo terreno del risanamento non può che essere culturale;
- Se al degrado della politica si accompagna sempre un analogo scadimento della società civile, allora è su questo rapporto – e sul suo riequilibrio – che occorre intervenire;
- Se la legge affida il compito del risanamento alla stessa classe politica che ha prodotto il dissesto, siamo di fronte al paradosso della mediocrità istituzionale: e dunque il progetto deve tendere a costruire meccanismi che costringano il politico mediocre a non esserlo;
- Se il degrado è generale, diffuso in ogni ambito, diventa necessario un intervento di contesto, capace di ricondurre la vita pubblica nel suo alveo naturale, come il fiume deviato che torna, per forza di natura, al suo corso originario.
Da questa griglia di dati di fatto nasce la necessità di una strategia complessiva che restituisca alle istituzioni la loro funzione naturale: efficienza, trasparenza, responsabilità. Il risanamento, dunque, non può consistere solo nella sistemazione dei conti, ma deve incidere sui comportamenti, sulle regole, sulle mentalità.
Gli elementi appena accennati disegnano punti fondamentali che appaiono legati da un filo d’oro: essi, per la loro forza intrinseca di dati di fatto inconfutabili, potranno dare un senso compiuto al tutto, da tradurre in un insieme organico di lineamenti progettuali capaci di delineare un adeguato progetto operativo.
Se, per meglio vivisezionare il problema, abbiamo chiesto l’aiuto di una metafora e di un paradosso, è pur vero che questi bisturi del pensiero hanno messo a nudo come, oltre le manifestazioni visibili, esse non fossero altro che sintomi di una lesione più profonda: un’infezione del tessuto culturale.
È solo riconoscendo questa origine nascosta che è possibile intervenire con efficacia. L’operazione, quindi, richiede di rimuovere le parti compromesse, purificare il campo e procedere, infine, a una sutura consapevole. Da questa analisi emerge con chiarezza che il vero punto su cui agire non è tecnico né contingente, ma profondamente culturale. Infatti, il fenomeno si presenta come una metastasi: è la mediocrità della classe culturale della società civile che, mancando al naturale e necessario impegno di condizionare virtuosamente la Politica, ha favorito il malgoverno e, con esso, il progressivo allontanamento della politica dal suo letto naturale del buon governo, fino a quei livelli insopportabili che hanno determinato la dichiarazione di dissesto finanziario.
La vivisezione del problema ha messo in evidenza come ogni possibile progetto di risanamento non possa non tener conto della fortissima incidenza di quello che abbiamo definito il paradosso della mediocrità istituzionale, ovvero dell’immodificabile pretesa della legge secondo cui la stessa mediocrità che ha determinato il dissesto viene chiamata a eliminarlo. Un condizionamento, questo, molto importante, perché implica la necessità che ogni progetto rielabori un efficace rapporto tra Cultura e Politica, con criteri e direttive che costringano anche i mediocri a realizzare il buon governo.
In questa seconda parte non faremo alcun riferimento ai singoli settori che un Comune è chiamato istituzionalmente a governare. Lo abbiamo già fatto nel nostro Progetto organico su Modica, e a esso rimandiamo: esso, infatti, si riferiva a un progetto elettorale e, in quanto tale, trovava in quel contesto la propria ragione.
Qui non lo facciamo perché riteniamo che il dissesto finanziario – è banale dirlo, ma è necessario – non sia in alcun modo collegabile a errori nella scelta delle opere da realizzare: la strada, l’ospedale, il centro anziani, e così via. Le cause vanno ricercate, piuttosto, nell’assenza dell’elemento culturale che sta a monte di tali scelte: l’assenza di criteri, di modi di essere, della codificazione e del rispetto di procedure orientate alla trasparenza, all’efficienza, alla programmazione.
Per maggiore, ostinata precisione, vogliamo chiarire che non intendiamo riaprire l’appassionato e fecondo dibattito che Charles Snow suscitò nel 1950 con il suo celebre saggio Le due culture, a cui seguì la riflessione di Jerome Kagan con Le tre culture e le molte altre considerazioni che ne derivarono, senza tuttavia approdare a una definizione condivisa del problema.
Qui ci limiteremo, più sobriamente, a distinguere tra cultura umanistica e cultura scientifica.
Lo scopo di tale semplificazione nasce dalla constatazione – di ordine pratico – che la qualità tecnica delle opere e dei provvedimenti adottati è, in termini di responsabilità rispetto al dissesto finanziario di Modica, un elemento del tutto marginale. Anche quando tale qualità risulta mediocre, quella mediocrità non può essere imputata soltanto all’insufficienza tecnica, ma all’assenza di quella cultura umanistica che è prerogativa della buona politica.
È infatti in essa che risiedono il significato, i valori, le finalità dell’agire umano: quella dimensione che non si limita a chiedersi se funziona, ma si interroga su “ciò che è onesto, giusto, morale, efficace e corretto”.
Tutto ciò ci consente di concludere questa introduzione affermando che il nostro progetto, per essere coerente con quanto fin qui esposto, dovrà elaborare linee operative volte ad accrescere la qualità culturale: dei processi decisionali, della struttura burocratica e amministrativa, del sistema culturale inteso come strumento di sviluppo, della difesa civile, della programmazione, della trasparenza, della crescita economica e della manutenzione della cosa pubblica.
Carmelo Modica







