Sermone per il nostro tempo, Gesù andrebbe ancora sulla Montagna?


Se Gesù Cristo pronunciasse oggi il Sermone della Montagna, difficilmente sceglierebbe un luogo tranquillo. Forse parlerebbe in mezzo al caos: tra clacson, schermi illuminati, messaggi che arrivano senza sosta, gente che corre senza sapere esattamente dove sta andando. Eppure, la sua voce non sarebbe più forte, ma più profonda. Non per competere con il rumore, ma per trafiggerlo.
Comincerebbe guardando le persone stanche, non solo fisicamente, ma anche emotivamente. Persone che cercano di far fronte a tutto, che pretendono troppo da se stesse, che sentono che non è mai abbastanza. E direbbe:
Beati coloro che si sentono smarriti in mezzo a tante richieste, perché non hanno ancora rinunciato a se stessi.
Guarderebbe coloro che ancora piangono, non solo per il proprio dolore, ma per il mondo, per le ingiustizie, per le perdite silenziose, e affermerebbe:
Beati coloro che ancora sentono, perché non sono diventati indifferenti.
In un’epoca in cui litigare è diventata la norma e attaccare un riflesso automatico, lui parlerebbe con una fermezza sconcertante:
Beati coloro che scelgono di non reagire, anche quando hanno ragione. Questa non è debolezza, ma forza controllata in un mondo che trae profitto dalle esplosioni.
E quando toccava il tema dell’onestà, non lo faceva in modo idealizzato, ma in modo pratico, quasi scomodo:
Beati coloro che restano saldi anche quando nessuno li guarda, quando sarebbe facile prendere scorciatoie, mentire un po’, “aggiustare” la verità.
Vedeva la nostra ossessione per l’approvazione – like, numeri, apparenza – e poneva una domanda che molti evitano:
A cosa serve essere approvati da tutti e perdere se stessi nel processo?
Non parlava di un amore bello solo a parole. Parlava di un amore difficile, vissuto nell’attrito della vita quotidiana. Un amore che non trasforma il disaccordo in guerra. Un amore che resiste alla tentazione di disumanizzare chi la pensa diversamente.
«Avete imparato ad amare chi la pensa come voi… ma non fatevi nemici solo perché non la pensa come voi.»
E poi toccherei un punto delicato: il burnout.
Persone che vivono con il pilota automatico, costantemente terrorizzate di fallire, di non raggiungere i propri obiettivi, di rimanere indietro.
E direi, senza mezzi termini:
«Non siete macchine. E non siete definiti da quanto producete.»
Parlerei anche dell’ansia che consuma in silenzio, che ruba il sonno e stringe il petto:
«Cercate di controllare il domani come se questo potesse portare pace. Ma vi logora soltanto. Oggi esige già presenza. Vivetela.»
E, forse, osservando come persino la gentilezza sia diventata una vetrina, lascerei un avvertimento diretto:
«Non tutto il bene ha bisogno di essere ostentato. Il valore di ciò che è giusto non dipende da chi guarda.»
Se questo sermone fosse ascoltato oggi, non suonerebbe confortante. Suonerebbe necessario.
Rossana Kopf, psicoanalista
Foto di copertina tratta dal web



