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Lettera in redazione: Privatizzazione SAC e politica da sceriffo

Gentile Redazione, vorrei condividere alcune riflessioni sulla prossima privatizzazione della SAC, un passaggio che merita attenzione non solo per le sue implicazioni economiche, ma per ciò che rivela sul modo in cui la politica di questi tempi interpreta il proprio ruolo.

L’avviso per la cessione della società è ormai imminente. La SAC, stando ai dati disponibili, avrebbe chiuso il 2025 con un utile netto di circa 8 milioni di euro: un risultato comunque positivo, seppur inferiore ai quasi 13 milioni dell’anno precedente, influenzati da rimborsi assicurativi. Anche i ricavi commerciali sarebbero cresciuti di circa il 7%, segno che gli aeroporti di Catania e Comiso continuano a generare valore. Uso il condizionale perché, come spesso accade, i numeri circolano prima delle verifiche ufficiali.

La politica che getta la spugna

Di fronte a infrastrutture complesse, normative europee sempre più stringenti e investimenti che richiedono visione e continuità, la politica sembra aver deciso di gettare la spugna. Non è una novità, ma oggi assume una forma quasi caricaturale.

La politica di questi tempi: più sceriffi che amministratori

La politica di questi tempi sembra chiedere voti come se si dovesse eleggere uno sceriffo, non un amministratore pubblico. Si punta tutto sulla retorica muscolare, sulle frasi a effetto, sulle passerelle — e, mi si conceda la nota ironica, sulla sagra della mortadella — mentre i problemi veri vengono lasciati marcire.

E quando le questioni diventano davvero complesse — sanità, scuola, infrastrutture, aeroporti — la soluzione sembra sempre la stessa: privatizzare. Non per scelta strategica, ma per mancanza di capacità. Non perché il privato sia il male, ma perché il pubblico non sa più governare ciò che richiede competenza, continuità e responsabilità.

Se continua così, non stupirà vedere altri pezzi del sistema pubblico finire sul mercato, mentre la politica si accontenta dello stipendio, della passerella e della sagra.

Le sfide tecniche: l’Europa non aspetta

Gli aeroporti moderni devono rispondere a standard europei che richiedono investimenti veri:

  • Decarbonizzazione (Fit for 55): carburanti sostenibili e banchine elettrificate.
  • Digitalizzazione e sicurezza: biometria, scanner avanzati, sistemi integrati.
  • Intermodalità: collegamenti ferroviari, mobilità elettrica, nodi logistici.

Non basta amministrare: serve chi sa farlo davvero.

Il bando e il destino di Comiso

La privatizzazione, da sola, non garantisce nulla. Il bando dovrà essere un esercizio di precisione, con clausole chiare:

  • tutela del lavoro per SAC e SAC Service
  • investimenti obbligatori e garantiti
  • impegno a mantenere e potenziare la doppia funzione civile e commerciale di Comiso

Partner globali: una scelta possibile, non un atto di fede

Se si decide di affidare la gestione a un operatore internazionale, è ragionevole guardare a chi ha un peso reale nel settore. Penso, ad esempio, a Aena o Vinci Airports, due colossi mondiali che gestiscono decine di scali in Europa e nel mondo, con una capacità industriale e contrattuale che pochi altri possono vantare.

Non è un atto di fede, ma una valutazione pragmatica: chi ha esperienza globale può portare competenze, rotte e investimenti che il territorio da solo non riuscirebbe ad attrarre.

Ma la politica, pur avendo rinunciato alla gestione diretta, non può rinunciare al suo ruolo di arbitro. Il punto non è vendere: è pretendere che chi compra lavori per il territorio, non solo per il proprio bilancio.

Conclusione

Non sono contrario alla privatizzazione in sé. Sono contrario all’idea che la politica possa limitarsi a fare lo sceriffo, abbandonando tutto il resto. La Sicilia orientale merita una classe dirigente che non si nasconda dietro le gare pubbliche, ma che sappia governare, controllare e pretendere.

Biagio Civello

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