“La Spartenza. Storia di una lontananza”, ieri la prima a Modica al Nuovo CineTeatro Aurora

Ieri sera movimento, trepidazione ed emozione al Nuovo Cineteatro Aurora di Modica per la prima di un lungo progetto, frutto di oltre 700 ore di girato. La prima proiezione di un documentario familiare, la prima restituzione pubblica di un pezzo di storia lungo oltre 50 anni.
“Amare in mondi nuovi e cieli nuovi”: è una delle frasi che risuona alla fine del film La Spartenza. Storia di una lontananza, che si chiude in modo deciso con le parole “tintu cu canusci dui terri”, pronunciate alla fine di una lunga vita da zia Lina, una delle protagoniste del documentario.
Il potere della spartenza
Otto tra fratelli e sorelle, una famiglia unita nonostante le distanze chilometriche, unita nonostante le difficoltà, unita nonostante tutto. Perché la lontananza ha anche questo potere: unire e tessere legami così forti che una spartenza non potrà mai dividere.
Due sorelle tornano per qualche giorno a Minciucci, nella splendida campagna siciliana, nella vecchia casa paterna. La famiglia è mutata, degli otto fratelli, quattro emigrarono in Australia negli anni ’50, una terra ricca di promesse quattro resteranno in Sicilia ora alcuni di loro non ci sono più.
Nei gesti semplici, quotidiani ma antichi, le due sorelle ripercorrono il filo dei ricordi della vita di tutta la famiglia, soprattutto di chi è partito: l’avventura, la lontananza, la nostalgia, il dolore.
Un racconto antropologico
Attraverso filmati di famiglia, che raccontano i passaggi cruciali: battesimi, matrimoni, funerali, La Spartenza. Storia di una lontananza è un ritratto familiare epico dalle sfumature antropologiche, che attraversa 60 anni di commovente legame tra due mondi lontani e traccia l’eredità emotiva di 60 milioni di italiani sparsi nel mondo.
La storia è raccontata con la voce e lo sguardo delle due sorelle, Gina e Teresa, che tramandano con voce tremante e rotta dall’emozione, facendo commuovere anche gli spettatori in sala.
Il lungometraggio è un mix tra bella calligrafia, contorni sfumati, foto patinate e filmati d’epoca: tutto racconta una relazione di sponda dall’Italia all’Australia. Una sola famiglia, tutti in contatto, dialogando anche grazie all’evoluzione delle tecnologie, rimanendo al passo coi tempi. Quei filmati un tempo considerati banali, dove tutti salutavano e si mettevano in posa, oggi sono apprezzati e guardati con trepidazione, perché alla resa dei conti sono gli elementi unici che hanno permesso di unire tutta la famiglia.
I commenti delle sorelle, la letture delle vecchie lettere ai figli lontani fungono da snodi narrativi e permettono di ricostruire la storia dei fratelli.
L’amore per la famiglia
Sguardi, sorrisi, lacrime, abbracci e baci sono gli ingredienti principali che fanno emozionare in questo film d’autore, dove Domenico e Alessia Scarso, due fratelli registi, hanno messo tutto loro stessi per raccontare anche l’intimità della famiglia che da Minciucci ha attraversato l’oceano Atlantico e l’oceano Indiano per giungere, dopo 45 giorni di nave – così racconta Giuseppe, il più grande dei fratelli Scarso – poiché non era possibile attraversare il Canale di Suez nel suo primo viaggio verso il nuovo mondo.
Partire è un po’ come morire. E come la famiglia Scarso, in tanti si avventurarono verso mondi nuovi. Molti non fecero più ritorno alle terre d’origine, altri morirono lungo il viaggio, altri ancora dimenticarono se stessi per fare fortuna e avere una nuova vita. Storie diverse, ma un filo rosso c’è sempre, e si vede negli occhi anche della famiglia Scarso: l’amore per i propri cari non si dimentica nonostante la lontananza.
Una riflessione sull’emigrazione
Questo documentario induce a riflettere sull’emigrazione. Perché come ricorda Alessia Scarso: “Emigrare vuol dire molte cose: abbandonare la propria casa, scoprire un paese nuovo, mantenere saldi i legami con le origini, integrarsi senza perdere la propria identità, mantenere la abitudini familiari, cercare continuamente il contatto con l’altra parte del mondo, riaffermare se stessi attraverso l’immagine visiva, affrontare i lutti lontani, proteggere i ricordi, accettare il compromesso di una nuova lingua coniandone una ibrida, come il siculish, a metà tra il siciliano e l’inglese”.
Dopo la proiezione, un lungo applauso ha accompagnato sul palco Alessia e Domenico Scarso, che hanno raccontato con trepidazione – supportati dal cugino Enzo Scarso, giornalista – il perché di questo imponente lavoro. Un progetto avviato 20 anni fa, quando è stato scoperto questo grande tesoro di filmini, foto e lettere. E qui l’idea: fratelli che raccontano fratelli.
Fratelli che raccontano fratelli
Alessia Scarso ha commentato: “Ci sono molti documentari sull’emigrazione. Dentro casa avevamo tantissimo materiale, una storia che poteva essere raccontata. Abbiamo pensato di fare questo documentario e ci siamo chiesti come farlo. Abbiamo scelto la forma del racconto documentario familiare, una branca specifica che consente di raccontare la storia che c’è dentro attraverso il materiale intimo della famiglia. Un grande grazie a mia mamma e a mia zia per questo dono. Un grazie a mio fratello: un documentario nato circa 20 anni fa, un lavoro molto lungo, cresciuto anche grazie a lui”.
Domenico Scarso ha aggiunto: “Questo lavoro è stato semplice perché buona parte del materiale lo conoscevamo già. In casa giravano questi video e filmine, però dare un’interpretazione narrativa è stato più complicato. Mi sono approcciato in modo imprevisto al documentario. Poi alcune lezioni universitarie mi hanno permesso di riaprire i giochi”.
Un documentario che non è solo frutto di un’intuizione, ma amore per la famiglia e passione per raccontare, con sguardo amorevole, la bellezza che ci circonda: dai legami affettivi al rapporto con la natura. Tutto ha inizio con la contemplazione della volta celeste, lì dove tutto è infinito, come il legame che hanno testimoniato i protagonisti di questo lungometraggio.
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