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“Governare senza andare al Potere” la prossima pubblicazione di Carmelo Modica

Appunti sulla crisi della politica e sul dovere del fare

Dedico questo libro al mio amico professore Giuseppe Ascenzo che mi ha preceduto, pochi mesi fa, nella, spero, casa del Padre. È per lui che ho “pilotato” la composizione della copertina come uomo che si stacca dalla folla indistinta per avviarsi verso il duomo di San Giorgio. È anche merito delle sue lezioni di filosofia, nate nei nostri quotidiani incontri al bar “Prima fila”, se questo libro avverte come insufficiente il semplice parlare di politica e preferisce non offrire risposte, ma criteri per interrogare il presente.

Questo è un libro che racconta una storia che in Sicilia conosciamo da tempo, anche quando fingiamo di non riconoscerla. Racconta la fatica di governare un paese quando la politica ha smesso di stare nelle piazze vere e si è rifugiata nella vociata, quando la parola non serve più a chiarire ma a confondere, quando il rumore prende il posto del ragionamento.

Dentro questo libro c’è una città di pietra, di scale larghe, di chiese che guardano dall’alto, di palazzi comunali che odorano di carte e di attese. Ma c’è soprattutto la piazza siciliana trasformata: non più luogo di incontro, di sguardi, di passi lenti, bensì una piazza virtuale dove tutti parlano insieme, nessuno ascolta e nessuno risponde davvero di ciò che dice. Una piazza fatta di commenti, di allusioni, di “si dice”, di mezze frasi, di sospetti che si attaccano come polvere.

Il libro chiama tutto questo “chiacchiericcio”. Un chiacchiericcio che somiglia alla vuciata dei mercati quando nessuno compra più nulla, ma tutti gridano. Un rumore continuo che non cerca verità, non cerca giustizia, non cerca soluzioni. Cerca solo di restare, di durare, di stancare chi prova a tenere la testa ferma e lo sguardo diritto.

È il chiacchiericcio che consuma chi ragiona, che ridicolizza chi studia, che sporca chi resta coerente. È un’arma povera ma micidiale, perché non ha bisogno di prove, non teme smentite, non conosce vergogna. Come certe malelingue antiche, passa di bocca in bocca e lascia segni che non si cancellano.

Questo libro non urla. Non invoca padroni, non sogna uomini forti, non promette rivoluzioni improvvise. È un libro siciliano anche per questo: perché conosce il peso della storia, la lentezza dei cambiamenti, la diffidenza verso le soluzioni facili. Si chiede, piuttosto, come si possa continuare a governare senza entrare nel gioco del Potere, senza farsi sedurre dal consenso facile, senza cedere alla tentazione della vociata.

C’è un’immagine che attraversa tutto il libro e che potrebbe diventare poesia: un uomo che cammina lasciandosi alle spalle una folla rumorosa, confusa, che parla tutta insieme. Non scappa, non disprezza, non maledice ma cammina perché ha scelto il silenzio della strada al frastuono della piazza. Cammina verso qualcosa di solido, di antico, fatto di pietra e di responsabilità, come una chiesa che non promette miracoli ma custodisce memoria.

Questo libro parla di passi lenti sulle basole, di scale salite senza applausi, di decisioni prese senza platea. Parla di uomini e donne che non vincono, ma resistono; che non conquistano il Potere, ma cercano di governare ciò che è loro affidato: il proprio lavoro, la propria parola, il proprio modo di stare nella comunità.

Se dovesse diventare poesia, non dovrebbe cantare i vincitori. Dovrebbe parlare dei silenzi tra una parola e l’altra, delle piazze svuotate di senso, delle voci che stancano più del lavoro, della dignità che non fa rumore. Dovrebbe dire che, in Sicilia, a volte l’unico gesto davvero politico è avere il coraggio di uscire dalla vuciata e continuare a camminare, anche quando si è soli.

Questo libro, in fondo, non racconta una vittoria. Racconta il governo come cura paziente delle cose comuni, fatta di misura, di responsabilità e di silenzio. E suggerisce che forse, solo così, una comunità può tornare ad ascoltarsi.

Carmelo Modica

bar Prima fila, Giuseppe Ascenzo

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