La mafia non spara, corrompe; si modernizza, vota e fa votare, muove montagne di denaro, partecipa all’economia, mantiene rapporti con il potere ufficiale. Lo ha incontrato per noi Peppe Privitera
Martedì 9 dicembre è stata presentata a Pozzallo, presso la Società Operaia di Mutuo Soccorso “Vincenzo Romeo”, l’ultima fatica letteraria del giornalista e scrittore Attilio Bolzoni, storica firma de “La Repubblica” ed adesso de “Il Domani”, dal titolo: “Immortali: Perché la mafia è tornata com’era prima di Giovanni Falcone” edito da Fuoriscena.
La presentazione è stata organizzata dalla CGIL Ragusa, dall’ANPPIA, dall’Unitre e dalla Società Operaia di Pozzallo e l’autore ha dialogato con il giornalista Angelo Di Natale
E’ un racconto organico e lucido degli ultimi dieci anni di mafia, quello di Bolzoni, una lettura ed una ricostruzione puntuale e documentata di come ancora una volta cambi tutto per non cambiare nulla.
I nuovi protagonisti sono i componenti di quella borghesia mafiosa che sfugge alle caratterizzazioni e alle inchieste, che favorisce, sostiene e protegge solo sé stessa. Ma è sempre inafferrabile, perseguibile penalmente con il concorso esterno, che però molti in Italia vorrebbero abolire «perché non è un reato», è un’invenzione, una creazione giurisprudenziale, una formula evanescente
“Tutto il sistema mediatico dell’informazione, dei social, della cultura ha voltato la testa dall’altra parte, ha lasciato che la borghesia mafiosa si stendesse come velo trasparente sul Paese – sostiene Bolzoni – nel 2025 trasmetterebbero mai la Piovra di Damiani e di Michele Placido con quei contenuti sulla prima rete Rai la domenica sera alle 21? Quarant’anni fa avevamo la Piovra, oggi Makari.”.

Attilio Bolzoni, scrive nel suo ultimo libro di una mafia irriconoscibile, che sopravvive alle intemperie della storia e ai colpi delle forze dell’ordine; lontana dagli stereotipi cinematografici, sempre più impalpabile e, soprattutto, composta da anonimi incensurati. La mafia non spara, corrompe; si modernizza, vota e fa votare, muove montagne di denaro, partecipa all’economia, mantiene rapporti con il potere ufficiale.
“Composta innanzitutto da imprenditori, poi da commercialisti, avvocati, notai, da amministratori locali e alti burocrati, da broker, negoziatori, da esperti del lavaggio del denaro o di architetture finanziarie per nasconderlo – afferma l’autore – rappresenta la borghesia mafiosa. È quella che comanda oggi in Sicilia”.
Per approfondire i concetti contenuti nel libro abbiamo ascoltato direttamente l’autore.

Lei sostiene che “in Italia c’è sempre più mafia e ci sono sempre meno mafiosi”. non considera gli esponenti corrotti della nuova borghesia come mafiosi?
“Un conto è la borghesia mafiosa e un conto è la borghesia corrotta. Un conto è la politica che fanno alcuni rappresentanti della politica, che fanno la cinghia di trasmissione tra la borghesia corrotta e la borghesia mafiosa. Sono tutte cose diverse, perché la corruzione è una cosa, la mafia è un’altra. Che la mafia riesca anche a corrompere è un altro discorso. Sicuramente la mafia che c’è oggi in Sicilia non è la mafia che spara, è la mafia che comanda politicamente, la mafia che ha rapporti con la finanza, con l’imprenditoria e con la borghesia delle professioni. Certo, anche con i politici, è ovvio”.
Quelli più ingenui, compreso il sottoscritto, credevano nella redenzione di Cuffaro, che aveva pagato i suoi errori e poteva tornare a fare politica. Lei ha mai creduto a questa ipotesi di rigenerazione?
“No, ma io l’ho anche scritto nel libro prima che venisse arrestato. Ho scritto che lui comandava prima, durante e dopo, anche quando era in carcere. Non hai mai creduto in questo suo ultimo atteggiamento perché io, attraverso la documentazione, ho ricostruito che lui nel giorno stesso in cui andava in carcere, comandava. Solo dopo 11-12 giorni dall’arresto, un suo uomo di fiducia, che era il ministro Saverio Romano, diventò ministro nel quarto governo Berlusconi. In carcere ha piazzato tre governi, tre assessori nel governo di centro-sinistra e tre nel governo di centro-destra, E’ il rappresentante di una tribù politica quello che ha sempre fatto Cuffaro”.
Ha mai avuto rapporti diretti con Cuffaro?
“Io sono andato a prenderlo in carcere, sono l’unico giornalista che è andato a prenderlo in carcere, all’alba di quel dicembre del 2015 e abbiamo fatto un pezzo di viaggio insieme. Lui mi disse che non voleva più fare la politica. E uno, come dire… abile”.
Sulla mancata convalida dell’arresto di Saverio Romano, è pesato il passaggio dalle forche caudine dell’autorizzazione a procedere?
“Io questo non lo so, perché il giudice magari ha valutato le prove portate alle procure e non le ha ritenute sufficienti. Poi, che non gli avrebbero dato l’autorizzazione a procedere, è sicuro. Ma la fase precedente magari ha deciso altrimenti, perché non c’erano elementi. L’indagine l’ha ricostruito bene il sistema di potere. L’ha ricostruito molto bene, quindi il sistema di potere c’è. Il libro l’ho scritto a marzo, ma era tutto alla luce del sole. Non è che c’è bisogno di carabinieri o di magistrati. I carabinieri e i magistrati servono quando si commettono reati e infatti ha commesso il reato e lo hanno riarrestato. Ma quello che succedeva era tutto alla luce del sole, tutti lo sapevano. Come il Sindaco di Palermo, Lagalla, che poteva stravincere senza chiedere il sostegno, respingendo il sostegno di Cuffaro e Dell’Utri, due condannati per mafia, ma non l’ha mai fatto. E lui è il sindaco che va a rappresentare la città di Palermo il 23 maggio, il 19 giugno. E’ un dato di fatto, il Magnifico Rettore dell’Università di Palermo che piglia i voti di due condannati per mafia”.
Peppe Privitera







