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L’economista: L’Italia è un Paese a “Crescita Zero”, grave situazione di disagio economico

Di Salvatore G. Blasco

     Nel mio precedente articolo sulla Manovra 2025-26 ( dell’11 novembre scorso sempre su questo giornale), avevo chiuso il mio  contributo mettendo in guardia chi oggi è al governo del Paese a non trascurare due punti importanti, fondamentali come :  Crescita e Povertà.

     Disamina come porto a termine in questo contributo che qui di seguito vado a stendere.

     Il problema di fondo della nostra Italia è quello di non riuscire a sfuggire alla trappola della crescita lenta o meglio a una crescita troppo lenta, che rende peraltro difficile lo stesso cammino del risanamento strutturale dei conti dello Stato.

     I numeri non mentono, una crescita allo zero o diciamo poco più anche per l’anno a venire è pesante per l’Italia, soprattutto per tutto il Mezzogiorno che potrebbe andare in recessione.

     Naturalmente di tutto ciò non si può attribuire la colpa a questo governo, che anzi sta tenendo i conti in ordine nonostante la scarsità dei fondi a disposizione, nell’attesa dell’eventuale approvazione della Legge di bilancio 2026.

     In altri termini quanto sopra si deve attribuire al fatto che da decenni non è stato messo in piede un vero processo di crescita basato su piani decennali o a più lungo tempo. Quindi finiamola ad attribuire la colpa al solo governo Meloni. Lo spread a 70 punti base tra Btp e Bund ne è un segno positivo.

     Uno spread a 70 punti base ( 0,7 % ) rispetto ai Bund tedeschi, su un debito pubblico di oltre 3000 miliardi, può generare risparmi per lo Stato Italiano che variano significativamente, ma possono essere nell’ordine di miliardi di euro all’anno, riducendo il costo del finanziamento per le nuove emissioni, grazie quindi a cedole più basse.

     Per favorire la crescita economica di un Paese e superata la “crescita zero” ( crescita demografica nulla  o negativa ) , servono politiche integrate che agiscono su più fonti: stimolare la produttività, innovazione, formazione e tecnologia, nonché ridurre il cuneo fiscale e burocratico, rendere più competitivo il settore turismo e commercio.

     Inoltre occorre investire in infrastrutture e sostenere ricerca e sviluppo, per creare occupazione e così aumentare il reddito pro-capite, migliorando al contempo il benessere sociale.

     In ultima analisi, si tratta di combinare misure economiche come : meno tasse, più innovazione, con interventi sociali per stimolare sia la produzione di ricchezza ( per le famiglie ) e così pure la crescita demografica, uscendo dalla stagnazione.

     Insomma uscire dalla mancata crescita significa aumentare il Pil, pro-capite e il benessere generale, non solo numericamente, ma anche qualitativamente ( sviluppo sociale e istituzionale ).

     Per ultimo due parole sul rafforzamento della cultura della legalità nel Mezzogiorno.

     Solo un tessuto sociale forte si può arginare  e sconfiggere la criminalità organizzata, di qualsiasi tipo essa sia.

     Quando si parla di Mezzogiorno, l’investimento sulla sicurezza e sulla legalità deve essere, innanzi tutto, quello che si fa per rendere la cultura dei diritti e dei doveri – la cultura del servizio – la cifra certa e inequivocabile delle relazioni tra funzione pubblica ed iniziativa economica privata.

     Detto questo diamo uno sguardo al fenomeno della povertà che avana impietosamente.

     In Italia purtroppo crescono le persone bisognose – che definisco i volti della povertà – e nel frattempo si allargano le diseguaglianze.

     Tanto che ormai cica un terzo dell’otto per mille va a chiedere aiuto alla “ CARITAS “.

     E’ in questo contesto che si inserisce il network di solidarietà della Chiesa cattolica italiana, alimentata tra le cose dell’8 per mille, e che gira su 1,4 miliardi erogati quest’anno circa 1 miliardo, proprio alla Chiesa per queste funzioni.

     I numeri parlano chiaro: Nel 1990 i lavoratori a basso salario erano il 25,9% in maggioranza residenti al Sud. Oggi sono 32,2%.

     Ricordo che oggi 25 milioni di italiani più poveri hanno visto la propria ricchezza ridursi di più di tre volte.

     Purtroppo nel prossimo Natale, in Italia, oltre 2,2 milioni di famiglie vivono in povertà assoluta   ( 8,4% del totale ) con circa 1,3 milioni di minori in questa condizioni.

     Questo significa che molte famiglie non riescono a permettersi i beni essenziali, rendendo difficile, se non impossibile, l’acquisto di un panettone o altri beni per le feste, specialmente tra quelle numerose e lavoratori a basso reddito.

     Questi dati indicano che un numero significativo di famiglie non può garantire una vita dignitosa ai propri figli, e le spese extra per le festività natalizie, come un semplice panettone, rappresentano una sfida enorme, evidenziando una grave situazione di disagio economico per molti bambini e i loro genitori durante le feste.

     Insomma è questione di dignità che deve scuotere le coscienze di tutti noi.

     Mi taccio, a questo punto, davanti a queste ingiustizie umane, perché non riesco ad andare oltre.

                                           Salvo G. Blasco

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