Rapporto Immigrazione 2025: in provincia di Ragusa 12.652 persone rimangono nel limbo

Intervista a Don Paolo Catinello Direttore della Caritas diocesana di Noto.
Da poco è stato presentato, a Roma, il Rapporto Immigrazione Caritas-Migrantes 2025, che in occasione del Giubileo prende il titolo “Giovani, testimoni di speranza.
Il volume giunto alla XXXIV edizione, composto da ben 392 pagine che portano la firma di 48 tra curatori e collaboratori, è una rappresentazione della situazione degli immigrati residenti in Italia attraverso otto sezioni: cittadinanza, economia, scuola, sanità, disagio sociale, sport, comunicazione e appartenenza religiosa.
Se una persona su dieci in Italia vive in condizione di povertà assoluta, ovvero è priva delle risorse fondamentali per condurre una vita dignitosa, l’incidenza della povertà tra i cittadini stranieri raggiunge il 35,1%.
Guardando ai giovani in particolare, ai quali è dedicato il titolo del report, è importante distinguere le situazioni: alcuni di loro sono arrivati portando con sé la fatica del viaggio, il trauma del distacco, la speranza di un futuro migliore. Inoltre, i nuovi arrivati, spesso adolescenti o poco più, vivono una fase delicatissima: da un lato, devono imparare una lingua nuova e acquisire strumenti culturali di base e dall’altro, cercano un senso di appartenenza.
“Per loro, ogni gesto di accoglienza non è mai banale – afferma Mons. Giuseppe Baturi Arcivescovo di Cagliari, Segretario generale della Conferenza episcopale italiana – un insegnante che si prende il tempo di ascoltare, un compagno che li invita a giocare, una parrocchia che apre loro le porte con semplicità, sono segni che fanno la differenza e che possono orientare la traiettoria di un’intera vita”.
“Altri sono nati e cresciuti in Italia: frequentano le stesse scuole dei loro coetanei italiani – prosegue Mons. Baturi – parlano i dialetti locali, tifano per le squadre del cuore, ma spesso continuano a sentirsi – e ad essere percepiti – come “ospiti permanenti”, non pienamente parte della comunità”.
Una scuola, una parrocchia, un’associazione che offre a un giovane di origine straniera un ruolo di responsabilità, un microfono, un compito, non fa solo un gesto educativo: costruisce cittadinanza e semina futuro.

Entrando nel dettaglio della sezione dedicata alla Comunicazione, si nota immediatamente che la misoginia catalizza la maggior parte del linguaggio d’odio online, rafforzando il suo primato di intolleranza con il 50,0% del totale dei tweet negativi nel 2024 contro il 43,2% nel 202 2, indirizzandosi verso le persone di origine straniera, di religione musulmana, con disabilità oppure appartenenti alla comunità lgbtqia+ che risultano ancora, nell’ordine, le principali destinatarie dei discorsi d’odio su X, dopo le donne.
In provincia di Ragusa
In provincia di Ragusa, i dati riferiti al gennaio 2025 attestano che il totale degli stranieri residenti ammonta 35.408, suddivisi in 21.513 uomini e 13.895 donne, lo 0,7 del totale nazionale.
Gli stranieri in possesso di Permesso di Soggiorno valido, sempre al gennaio 2025, sono in totale 22.756 e fra questi i paesi di maggiore provenienza risultano essere: la Tunisia (9.274), l’Albania (5.356) e il Marocco (1637).
I principali indicatori del mercato del lavoro, suddivisi per genere, attestano che il tasso di occupazione degli stranieri provenienti dalla Tunisia è del 58,2% per gli uomini e del 20,09 per le donne, per per quelli provenienti dall’Albania è del 78,2% per gli uomini e del 43,3% per le donne ed infine per quelli provenienti dal Marocco è del 69,4% per gli uomini e del 47,0% per le donne.
Va sottolineato infine che il tasso di inattività per le donne arriva per quelle provenienti dalla Tunisia al 72,4%, dall’Albania al 50,6% e dal Marocco al 72.9%.
Questo elenco di dati, relativi alla provincia di Ragusa evidenzia due aspetti: che fra gli stranieri residenti (35.408) e quelli in possesso di un Permesso di Soggiorno valido (22.756), esistono 12.652 persone che rimangono nel limbo, perché in attesa del rilascio del Permesso di Soggiorno o perché “irregolari”; che il tasso di inattività delle donne italiane è del 55%, mentre quello per le straniere tocca il picco del 65%.
Sull’argomento abbiamo sentito il parere di Don Paolo Catinello, Direttore della Caritas diocesana di Noto.

La questione migratoria è ancora spesso associata alla criminalità, come se questi due fattori costituissero un binomio inscindibile. E’ una semplificazione che alimenta stereotipi?
“Credo che associare il fenomeno migratorio alla criminalità sia una forzatura orientata soprattutto a creare una mentalità di esclusione da parte di tanti fratelli che sono alla ricerca di un futuro più roseo, più dignitoso. In realtà quando assistiamo a fatti di cronaca nera commessi da questi nostri fratelli migranti, è vero che da una parte bisogna naturalmente avere il polso fermo per contrastare ogni forma di criminalità, ma una società seria, una società civile, si pone anche delle domande di autocritica.
Quali politiche serie i governi negli anni hanno fatto per una effettiva integrazione o inclusione sociale? Che tipi di prospettive siamo riusciti a portare in questo momento per sposare la logica del vivere attraverso la convivialità delle differenze? È chiaro, nel momento in cui mancano queste politiche e nel momento in cui non offriamo una vita anche da un punto di vista qualitativo, accettabile, dignitosa, diventano manovalanza per la malavita organizzata, È chiaro, noi siamo tutti corresponsabili e dovremmo percepire tutti come un fallimento il crimine commesso da questi nostri fratelli immigrati.
Mi chiedo anche, i vari governi quanto hanno investito in prevenzione? Quali politiche giovanili sono state fatte negli ultimi decenni e oggi in modo particolare? Credo che se vogliamo affrontare un problema complesso come quello della criminalità, dovremmo veramente cominciare a fare un mea culpa tutti, cercare di riconoscere gli errori fatti e ripartire da questi errori per non commetterli più. Credetemi ci sono tante bellissime esperienze, tante bellissime presenze di nostri fratelli immigranti che oggi, inserite nel nostro tessuto sociale, sono diventate una grande, bella risorsa per le nostre città e per la nostra diocesi”.
“Valorizzare significa riconoscere e dare dignità. Non si tratta di “integrare” per rendere tutti uguali, ma di creare un tessuto comune dove le differenze diventano possibilità di crescita”. Lei è in sintonia con queste parole di Mons. Giuseppe Baturi, Arcivescovo di Cagliari e Segretario generale della Conferenza episcopale italiana?
“Le parole di Monsignor Baduri, che tra l’altro è stato il mio professore di diritto canonico allo studio teologico di Catania, non possono non essere condivise. E’ chiaro che anche da questo punto di vista la Chiesa deve e può fare di più. Non si tratta semplicemente a volte di dare un pezzo di pane, di dare un’abitazione che già è una cosa molto importante, perché significa rispettare la dignità delle persone.
Mi preme sottolineare che quanto detto da Sua Eccellenza Monsignor Baduri, corrisponde alla verità. Noi non siamo chiamati ad omologare, noi non siamo chiamati a rendere tutti uguali, siamo chiamati a rispettare le diversità, perché queste diversità, come in un’orchestra, siano capaci di suonare ognuno il proprio. Noi non chiediamo al violino di diventare arpa, noi vogliamo che il violino resti violino,
Cosa intendo dire con questo? Che la vera politica, ma consentitemi di dire anche la vera Chiesa, è quella che sa rispettare le vocazioni diverse di ciascun uomo e permettere a ciascuno di rendere il meglio. Qualche anno fa partecipai ad un corso di formazione per educatori e mi colpì una definizione di animatore: l’animatore non è colui che fa tutto da solo, ma l’animatore è colui che sa accogliere e sa far emergere da ogni persona le qualità migliori, quello che ha in sé.
Io credo che da questo punto di vista la Chiesa possa e debba fare di più, perché debba dare voce a questi nostri fratelli.
Quando ero parroco a San Giovanni Battista mi permisi di creare nel Consiglio pastorale il ramo dell’immigrazione, perché pensai che ci fosse un rappresentante che desse voce ai migranti, perché abitano il nostro territorio, perché vivono la nostra città, perché soffrono e sperano con noi, perché vivono spesso anche i nostri stessi disagi. Non dobbiamo semplicemente considerarli come oggetto della nostra carità, ma dobbiamo considerarli come fratelli che possono dirci e darci anche prospettive altre del vivere comune.”
Peppe Privitera
Don Paolo Catinello, Mons. Giuseppe Baturi, permesso di soggiorno, Rapporto Immigrazione Caritas-Migrantes 2025



