Storia, archeologia e colpi di scena: i Bronzi di Riace parlano siciliano? (Seconda puntata)

Riprendiamo l’intervista con il professore Anselmo Madeddu dal punto in cui l’avevamo interrotta. Ci sono altri particolari che supportano la sua ipotesi che individua Siracusa come luogo di destinazione dei bronzi di Riace?
“Si, per esempio ho trovato altri particolari molto interessanti, come per esempio la presenza della korinthie kinè, grazie al professore Castrizio che è stato il primo a sottolinearlo. Cos’era la korinthie kinè? Era una cuffia di cuoio, che si metteva sotto l’elmo, non soltanto per proteggere la testa dall’elmo, ma soprattutto perché aveva una funzione pratica, strategica.
Bisognava, durante le battaglie, che i soldati individuassero subito a colpo d’occhio dove si trovasse il comandante, perché dovevano capire da chi prendere gli ordini.
Allora questa cuffia, che finiva con un paranuca a ricciolo dietro e quindi molto visibile dietro ed ai lati, era vista chiaramente da chi stava ai lati e dietro, non dal nemico che stava davanti.
Questa funzione, che era di ordine pratico, poi diventò un simbolo del potere. La korinthie kinè, nel mondo corinzio, divenne proprio il simbolo del comandante re, dello strategos.
Siracusa era la più grande colonia di Corinto e non è un caso che da quel momento iniziano ad apparire nelle monete, sia corinzie che siracusane, con le effigie di queste teste con la corinzia kinè.
Una, in modo particolare mi ha colpito moltissimo. Intorno al 340 a.C., quando Timoleonte giunse in Sicilia, liberandola dalla tirannia di Dionisio, invitò il popolo a processare le statue dei tiranni, come se si fosse trattato di personaggi veri, esseri umani.
Il popolo decise di condannare tutte le statue e salvò solo quelle del padre della patria, cioè di Gelone e delle due che stavano ai lati, come ci racconta in questo caso Favorino da Arles – che sicuramente si rifà ad una fonte storica coeva che dovrebbe essere Atanis -che era lo scrittore locale greco che si occupò proprio dei fatti legati a Timoleonte.
Timoleonte che per l’occasione fa coniare delle monete con il bronzo che ricava dalla fusione delle statue dei tiranni. La serie monetale più importante che fa coniare è una con l’effigie di una testa di profilo di un re condottiero del quinto secolo.
Sicuramente una statua che diventava così un simbolo da riprodurre, non c’erano fotografie in quell’epoca, è chiaro che erano queste le fonti iconografiche e molto naturalmente è riconducibile proprio a Gelone, nel senso che si tratta di un re condottiero con la korinthie kinè, con attorno alla testa la scritta Syrakosion che è identificativo della città.
In questi casi, di solito, gli studiosi identificano nella testa con la scritta un ecista, il fondatore, perché è chiaro che è un fatto identitario della città che rappresenta questa effigie, mentre sul retro c’è un delfino ed un Pegaso, gli emblemi di Siracusa e di Corinto”.

Perché cita questa moneta in modo particolare?
“Perché è straordinariamente somigliante al profilo del bronzo B, anzi direi quasi identica. Il miniaturista che ha fatto il conio in una maniera quasi maniacale, ha riprodotto esattamente le stesse fattezze, persino nell’orientamento dei riccioli della barba è assolutamente simile.
Tutti questi indizi mi fecero prendere gusto alla ricerca e allora la chiave, la svolta di tutto quanto è stato lo studio fatto all’Università di Catania e all’Università di Ferrara.
Mi colpì il fatto che leggendo la relazione dei restauratori dell’Istituto Centrale del restauro di Roma, loro stessi scrivono una cosa molto interessante: fanno presente, come si sa, che i bronzi di Riace, come tutte le statue di certe dimensioni, non erano realizzate con una colata di bronzo unica, ma con sezioni separate, quindi la testa, le braccia, le mani, il busto, le gambe, eccetera.

Ovviamente erano realizzate su modelli di terracotta, lo stampo esatto, la tecnica a cera persa, quindi si faceva un modello di terracotta, poi si cospargeva di cera di 3-4 centimetri, la statua o il pezzo anatomico si riproduceva nella cera che era più lavorabile, poi si faceva un’altra colata esterna, quindi si facevano due fori, si scioglieva la cera – da qui la tecnica cera persa – e l’intercapedine che rimaneva tra il modello interno e lo sguscio esterno della terracotta veniva riempito con la colata della lega di bronzo”.
Perché questo è importante?
“Perché grazie a questa tecnica oggi qualsiasi statua dell’antichità ha all’interno le terre di fusione e quindi è facile fare un’analisi geochimica e cercare di capire da dove vengono queste terre.
Quello che mi colpì particolarmente è che loro fanno un distinguo tra le terre di fusione e le terre di saldatura”.
Per capire meglio, quindi le terre di saldatura sono fatte nel luogo di collocazione delle statue?
“Quelle di saldatura sono del luogo di collocazione, perché le statue venivano fatte a sezioni separate e poi assemblate. E’ chiaro, è logico, ma lo dicono anche gli stessi restauratori che l’unica spiegazione possibile è che queste statue fossero state realizzate a pezzi anatomici singoli in un posto, in un luogo dell’officina di fabbricazione e siano state poi assemblate e saldate in un altro posto.
La differenza enorme fra le terre di saldatura e le terre di fusione, si può spiegare solo così. Naturalmente le terre di fusione interna, è intuitivo, sono quelle all’interno di ogni singolo pezzo”.

Le terre di saldatura perché?
“Perché la tecnica di saldatura prevedeva che si realizzasse una sorta di moncone di terracotta, un perno diciamo così, che andava a conficcarsi nelle giunture da saldare. Se faccio l’esempio della spalla col braccio significa: mettere un perno di terracotta tra spalla e braccio a fare da supporto e saldare poi all’interno con le tecniche a vaschetta, o con tutte le tecniche che c’erano in quell’epoca.
Questo fa sì che anche le terre di saldatura siano rimaste all’interno e si possono fare delle analisi. Questa enorme differenza che sottolineano i restauratori tra le terre delle saldature e le terre interne, è spiegabile solo con questo fenomeno”. (seconda puntata)
Peppe Privitera
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