Mons. Salvatore Rumeo scrive ai sacerdoti della Diocesi di Noto sull’importanza della loro vocazione

Da poco si è appreso delle nomine pastorali di mons. Salvatore Rumeo, Vescovo di Noto, per il prossimo anno pastorale 2024-2025. Si tratta del terzo turno di nomine, dopo quelle di settembre e dicembre 2023.

Senza dubbio i trasferimenti non sono belli, ma alle volte sono necessari al fine di rivitalizzare i territori e dare nuova linfa alle comunità ecclesiali. Da apprezzare molto la scelta di anticipare il turno di nomine (clicca qui per leggerle) dei diversi parroci a giugno, così da permettere alle comunità parrocchiali una ripartenza rapida a settembre, con slancio ed entusiasmo.

Le nuove nomine quest’anno si caratterizzano anche per una lettera pastorale indirizzata ai Sacerdoti sul senso del loro sacerdozio, che mons. Salvatore Rumeo ha pensato e allegato alla missiva dei trasferimenti.

Una riflessione sul senso del sacerdozio ministeriale

Una lettera che merita di essere letta e presentata a tutti, nonostante sia dedicata ai sacerdoti. “Dal seno dell’aurora come rugiada io ti ho generato” è il titolo della lettera scritta in occasione dell’anno centottantesimo della fondazione della Diocesi di Noto.

Si tratta di un testo breve e agile ma allo stesso tempo denso e ricco di spunti, in cui mons. Salvatore Rumeo si rivolge da buon padre ai suoi sacerdoti, utilizzando sempre il noi, mai additando o puntando il dito. Un testo dal sapore sinodale, dalla voglia di appartenere tutti alla stessa comunità diocesana, una missiva che mira con paternità a destare e far crescere tutti nella comunione.

In trentadue pagine, il vescovo scrive “intendo condividere con voi, carissimi confratelli, alcune riflessioni sul sacerdozio ministeriale”. Il titolo riprende le parole del Salmo 110, perché “fin dal mattino della vita il Signore ha posto il Suo Sguardo su di noi convocandoci ad essere Suoi amici fedeli, dispensatori dei Suoi santi misteri” scrive nelle prime pagine il vescovo.

Il sacerdozio una vocazione per cui dire grazie

Il vescovo di Noto esorta i sacerdoti a rendere grazie per il dono della vocazione e per i tanti sacerdoti che nella Chiesa di Noto si sono spesi fino all’uitmo respiro, lasciando testimonianze indelebile nel cuore dei fedeli.

Nella lettera spiega “Il sacerdozio è mistero d’amore e come tale viene compreso solamente da chi lo accoglie, lo celebra e lo vive con profonda umiltà. Gli uomini scelti da Dio, e presi dalla comunità, sono chiamati, in forza del Sacramento dell’Ordine, ad essere segno della Presenza di Cristo. La radice di ogni autentica vocazione è, quindi, da ricercarsi unicamente in Lui”.

Inoltre il presule di Noto ricorda come ogni chiamata religiosa ha una risposta, ma c’è sempre un aspetto di mistero perché un’anima viene sottratta al mondo per essere dispensatore delle “cose” di Dio, e la risposta migliore è “la gioia della propria libera scelta”.

Il sacerdote è chiamato alla santità e alla prossimità

“Il sacerdote è uomo della prossimità” spiega nel cuore della lettera il vescovo di Noto, il cui compito è quello di dispensare il mistero più grande di tutti: “la presenza di Dio nelle trame più intime della vita dell’uomo”. Di certo non è una vita semplice quella del prete perché il suo compito “è quello di comunicare la vita di Dio all’uomo”, di testimoniare l’amore di Dio e guidare i fedeli laici nei loro cammini di fede. Perché il sacerdote deve essere sempre pronto a rispondere ai bisogni delle anime, come ricordava il Santo Curato d’Ars.

Il ruolo del presbitero oggi? Più risposte possibili

Quale deve essere dunque il ruolo del presbitero oggi? Più di una risposta sembra fornita mons. Rumeo, il quale afferma: “Il presbitero che «abita» il mondo, pertanto, deve vivere con la speranza di risvegliare le coscienze tormentate da un profondo senso di smarrimento e di fragilità, con l’ansia per la conversione dei peccatori, con il desiderio di sostenere i poveri e i sofferenti e con la gioia nel cuore per poter esultare con chi è nel giubilo. Il presbitero deve riconoscere nel popolo che gli è stato affidato la dignità dei figli di Dio mettendo a loro servizio il proprio ministero sacerdotale sostenuto da vera carità pastorale”.

La vita sacerdotale, se realmente vissuta fino in fondo non è una passeggiata o un rifugio per non assumere responsabilità, ma significa sacrificare se stesso anteponendo le esigenze della comunità alla proprie. Si è chiamati ad annunciare il Vangelo con le parole e con i fatti, anzi soprattutto con i fatti.

Per fare tutto questo non basta solo la formazione iniziale, c’è bisogno di un percorso continuo, di riscoprire il silenzio. Il vescovo invita i presbiteri a tornare a pensare, a dedicare il giusto tempo alla riflessione, al silenzio e sopratutto “ad aprire il proprio cuore e la propria mente all’ascolto di coloro che hanno costruito, con sapiente amore generativo”.

Parole che curano e non rimproverano, un supporto in più

Oggi la vita sacerdotale richiede un impegno maggiore sia in termini di tempo e di forze, i sacerdoti sono sempre meno, sia in termini di testimonianza. Infatti, la lettera è un invito a riprendere in mano la propria vita, un supporto per chi è scoraggiato, una pacca sulla spalla a chi è stanco, un modo per fare il punto della situazione e dare senso a tutto quello che si fa.

Inoltre, il presule ricorda l’importanza della preghiera, il luogo in cui si sta con Dio, in cui si impara l’amore secondo la logica del Buon Pastore così da essere in grado di dare la vita per i fratelli e le sorelle.

Si potrebbe ancora continuare ad elencare spunti, sollecitazioni, riflessioni sul senso di essere sacerdote. Senza dubbio questa lettera potrà suonare strano a gran parte dei lettori di questo articolo, ma certamente potrà far tornare a vibrare i cuori dei sacerdoti.

Un testo che un po’ velatamente tocca ogni singolo battezzato, perché chiamato a cooperare nella comunione, a non pensare il sacerdote come un semplice mestiere o lavoro, ma una vera e propria missione che se fatto come si deve permetterà di “partecipare all’edificazione dei una comunità ecclesiale che si riconosce, come la Chiesa delle origini, semplice e lieta. Sacerdoti, seminatori di felicità per una Chiesa gioiosa, povera, sofferente, mite, giusta, misericordiosa, pura e pacifica” commenta ancora mons. Salvatore Rumeo.

Educare allo stupore, alla meraviglia e al dialogo

Un bravo sacerdote non è solo quello che sa operare attraverso le opere di carità, ma colui che sa piegare le ginocchia in adorazione e sa fare silenzio. Inoltre, ia vocazione sacerdotale è una vocazione all’unità, è come un maestro d’orchestra la cui abilità e saper produrre un suono melodioso con tutti gli strumenti.

Per dirigere un’orchestra non occorre la bacchetta del comando, è necessario “Diventare Eucaristia. Questo è il senso più alto della chiamata sacerdotale, di chi è stato scelto da Cristo, di chi Lo riconosce come Buon Pastore, Salvatore e Redentore”.

Nelle ultime pagine il vescovo invita ad educare le comunità cristiane allo stupore e alla meraviglia, a non vivere una pastorale della solitudine legata al si è sempre fatto cosi. Invita a sapere leggere lo spirito del tempo “regalando alle comunità cristiane il dono più grande: la fraternità sacerdotale concretamente vissuta”.

Infine mons. Salvatore Rumeo scrive: “Crediamo nei sacerdoti che abbiano il coraggio di dialogare con le tante contraddizioni della vita dell’uomo, che siano in grado di scardinare le logiche di questo mondo, facendo della trasparenza uno stile e della carità una scelta vissuta. Sacerdoti che sappiano uscire dalla solita routine e avvicinino ogni uomo non tanto alle cose da fare o ai comportamenti da assumere, ma al mistero da cui tutto nasce e si sviluppa: la morte e la speranza che viene da un sepolcro vuoto”.

Il sogno di mons. Rumeo non è utopia ma carità pastorale

Certamente tutto questo non è utopia, ma è il sogno che il vescovo di Noto coltiva per la Diocesi che gli è stata affidata.

Prendersi cura, questo è il filo rosso che lega ogni singola pagine di questa lettera, perché nel cammino della vita non si è mai arrivati. Si è sempre sulla strada e bisogna riscoprire il proprio valore per spendersi fino in fondo come diceva Madre Morano “costi quel che costi”.

Il vescovo chiude con queste parole: “Coltiviamo il gusto di una vita semplice, decorosa, vera. Spendiamoci senza riserve per la santità del nostro popolo” perché questa missione possa essere vissuta pienamente.

Sono diverse citazioni bibliche all’interno della lettera, ma anche un riferimento a Papa Francesco, a Paolo VI, a Giovanni Paolo II, al Santo Curato d’Ars e a Piere de Berulle, Mons. Francesco Pennisi e Mons. Giovanni Blandini. La lettera si chiude con una poesia scritta dal presule di Noto in un pellegrinaggio a Gerusalemme il 31 luglio 2011.

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